Sara
“Si portava alla bocca i marron glacé sciroppati senza preoccuparsi del filo di succo che le correva dal mento ai seni, traccia che il professore seguiva ansimando con gli occhi fuori dalle orbite, fino a che non riuscì più a resistere e si gettò su quella montagna di carne luminosa e palpitante, disposto a leccare il dolce e qualsiasi altra cosa fosse alla sua portata, strappandosi letteralmente di dosso gli abiti, come fosse un indemoniato, ritrovandosi nudo.”
Allende - Afrodita
Si svegliava ogni mattina. Primo step della giornata era quel sano svuotamento di vescica che la rendeva leggera ed ancora incolpevole di assunzioni extra di cibo. La sua mente, appena sveglia, ancora sognava. Il miraggio era una tazza di buon cappuccino e una brioche al sapor di cioccolato con tante scagliette di peccato. Secondo step sulla bilancia. Fiato sospeso e tanta paura. Sapeva di esser stata molto brava ma ogni mattina le toccava quella tortura per poter andare avanti nella giornata. 49.7 Kg. L’obiettivo era vicino. Terzo step. Ora c’era da riflettere sull’annosa domanda del giorno: quante calorie posso permettermi oggi?
Quante calorie posso permettermi oggi per avere i crampi allo stomaco e dimenticare il dolore che attanaglia il mio cuore?
L’errore più diffuso è quello di scambiare i disturbi dell’alimentazione per delle perverse scemenze che delle ragazzine si mettono in testa di attuare per rispecchiare chissà -quale-canone.
Sembra sciocco dover spiegare a decine di genitori, proprio nel 2008, che la loro figlia che soffre di DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) non sia una reietta o l’ennesima Paris Hilton della situazione, e nemmeno che riempiendole la bocca a forza la si riesca a far mangiare colpevolizzandola di tutti i sensi di colpa provocati nei suoi genitori (laddove ci siano).
Sembra incredibile il racconto nel quale sto per addentrarmi, ma purtroppo non è frutto di una fervida immaginazione, quanto piuttosto di esperienze vissute sul campo (da me o da terzi).
E così Sara iniziava la sua giornata. Le calorie di una giornata normale si aggiravano intorno alle 500. Se si sentiva in colpa poteva rimanere a 300 e se era stata molto molto brava nelle settimane precedenti, allora sì, poteva sbafarsene 800, con relativi sensi di colpa per aver arrestato il processo d’ascesa della sua dieta. Il cibo, in sostanza, non le era mai piaciuto davvero, non provava alcuna gioia nell’ “assaporare” qualcosa. Che termine sciocco, poi, “assaporare”. Forse le papille gustative gliele avevano tolte alla nascita, 15 anni fa..questa spiegazione sola poteva giustificare il fatto che lei, davvero, lei non provava nulla di buono nel mangiare. Nemmeno guardandosi allo specchio provava nulla. Non si piaceva e non si era mai piaciuta, ma in fondo nemmeno il suo carattere era tanto socievole e la sua volontà non era quella di piacere proprio a nessuno. Sua madre l’aspettava, seduta al tavolo, in cucina. Ogni mattina era uguale e lei doveva salutare la mamma con un bacio, sedersi accanto a lei nella sua seggiola in paglia, vesare ad entrambe il caffè e portare a tavola il piatto contenente croissant e marmellatine di ogni genere che la madre comprava in quel vecchio negozietto di dolciumi dietro l’angolo. Non l’aveva mai assaggiata, Sara, la marmellata. Non c’era riuscita per via di quel suo budinoso aspetto lascivo. Le sembrava che se l’avesse mangiata sarebbe diventata anche lei un budino. La tv era accesa e Sara mangiava come un uccellino, con calma e risolutezza, allo streguo di un militare al fronte che deve muoversi dietro le barricate strisciando per non farsi vedere. La madre, corpulenta e fiera, con quei capelli messi in piega alla perfezione dalla permanente, guardava senza sosta la televisione. “La professoressa Rudolf dice che vuole parlarti e dovresti venire oggi al ricevimento”. La madre, senza distrarsi dal suo programma mattutino preferito le disse che non aveva intenzione di perdere un’altra giornata di lavoro per sentire le fantasticherie di quelle donne, tutte zitelle che vogliono insegnare ad esser madre a me. Io che vi ho cresciuti con tanto amore, con tanti sacrifici. Di scatto si girò verso la figlia. “Quanto ancora hai intenzione di continuare in questa farsa, Sara? Pensi di attirare l’attenzione con queste tue diete del cazzo? Pensi di esser superiore, una principessina delicata. Te lo dico io cosa stai facendo così, stai distruggendo la nostra famiglia!”
La signora D., madre di Sara, ha potuto costatare negli anni come la salute della figlia peggiorasse di giorno in giorno. Sara non aveva amici che le volesser davvero bene.. Le sembrava che chiunque le stesse vicino fosse interessato da lei solo per un’istinto di salvezza, tipo la sindrome dell’infermierina, che portasse con sè un serio sentimento di pena per quella ragazza così malata, così magra…
La signora D. non ha mai voluto aiuto da nessuno, lei SAPEVA come crescere i suoi cinque figli, peccato che all’età di 22 anni una di esse era ormai un cadavere in un cimitero.
Un cadavere troppo piccolo per una bara da adulto…
To be continued..
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Ho la pelle d’oca, perchè se anche il tuo è solo un racconto (ben scritto tra l’altro) so che per migliaia di ragazze è la realtà .
Comment by Gea — 24 August 2008 @ 18:00