La sfilata di Versace





Si era sparsa la voce che da Versace ci fosse Brithey Spears. Era facile crederlo: il potere del brand è diventato famoso anche grazie alle star che l’hanno scelto. Appena si sono spente le luci e la passerella si è accesa, però, di Britney non c’era ombra. Ma c’era la collezione. E che collezione. Moderna, diversa, cambiata.
Dev’essere successo qualcosa tra i pensieri di Donatella, un misto di intuito e voglia di fare punto a capo. Compito difficilissimo, con la pesante eredità lasciatale dal fratello Gianni.
La scenografia, innanzitutto: uno schermo ad anello, sopra le teste del pubblico, su cui si proiettavano i quadri di Tim Roeloffs, ex squatter berlinese di origine olandese, oggi artista a cui è stato chiesto di rimescolare gli archivi di Gianni. Mentre in sottofondo il gruppo musicale radical-chic Antony & The Johnson veniva remixato in chiave disco, Daria Werbowy, una tra le top più pagate del momento e presente a Milano in esclusiva per Versace, scendeva in passerella con un abito a uovo. Corto, iper-costruito, haute couture. Niente spacchi, niente jersey, niente curve in evidenza: solo un pezzo d’alta ingegneria del tessuto, rigido e castigante, con due gambe nude sotto.
La prima parte della sfilata è tutta così: vestiti, cappotti e cappe sembrano sviluppare con tagli e costruzioni quello che Gianni aveva smembrato con linee e fluidità. Sebbene agli antipodi, i discorsi portano allo stesso risultato: l’interesse per il corpo della donna, la volontà di renderlo desiderabile, sofisticato, sensuale. Non più con una minigonna da velina o con uno spacco da vertigine. Non più guardando al passato. Al contrario, con la sapienza dell’alta moda e della sperimentazione, dei colli a cratere e delle schiene drappeggiate. E, soprattutto, delle strisce di tessuto che, quest’anno, sembrano staccarsi da ogni abito per poi formare giochi spettacolari di pieni e vuoti.
Questi abiti, poi, ritornano in scena con le stampe dell’artista Tim Roeloffs, le stesse viste sugli schermi, impresse sul tessuto. Linda Evangelista con l’abito a facce di Wahrol-Marilyn è ancora vivo nella memoria di tutti. Ma questi capi cercano la stessa strada: strappare l’arte dai luoghi ad essa deputati per buttarla sugli abiti. Stemperarla sul corpo, con la presunzione di fare del corpo un’opera d’arte. Lo show si chiude con gli abiti da sera, lunghi e corti, sempre ricolmi di “stratagemmi” da sartoria: tagli inconsueti, schiene con onde di chiffon, drappeggi dove prima c’erano spacchi. Le scarpe, infine, fanno da “trespolo”: hanno tacchi altissimi, ma anche un comodo plateau sulla punta che le fa apparire meno torturanti di quanto sembrino. Da qualche tempo, tra gli addetti ai lavori, si è sparsa la voce che Versace stia ritornando quello di un tempo. La collezione del prossimo autunno-inverno sembra darle ragione.
Da ricordare: tutti i mini abiti con i giochi di alta sartoria. I colori, forti ma meno saturi del solito. I tagli e le strisce di tessuto che costruiscono i volumi di cappe, cappotti e vestiti. La forma a uovo e quella a trapezio. Le scarpe-trespolo.
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