Istinti materni

Io e il mio ciclo non abbiamo mai avuto un buon rapporto.
A dir la verità siamo sempre stati due estranei, l’uno costretto nel corpo dell’altra, che si odiano e si fanno i dispetti.

Io non l’ho mai visto di buon occhio, e l’ho ostacolato mangiando poco e male, costringendo il mio corpo a forti stress che ne ritardavano l’arrivo e pensando che in fondo avrei preferito non dover proprio affrontare una settimana di dolori atroci una volta al mese per tutta la mia maledetta vita.

“La settimana del mese in cui avrei preferito nascere uomo”, la chiamavo.

E lui, ciclo bastardo, mi ha sempre ricambiata con i suoi atroci dolori e con mostruosi ritardi, a volta addirittura con prolungate ferie, fin quando un bel giorno, dopo 3 mesi di ininterrotte perdite, ha deciso di dileguarsi per un paio di mesi, così, senza preavviso, lasciandomi per la prima volta nel totale sconforto di qualsiasi donna in preda ad una crisi ormonale.

La prima volta che mi successe, intorno ai 15 anni, pensai che dopo gli anni passati a soffrire non era poi così male se ogni tanto lui fosse sparito nel nulla, finchè, dopo i primi 5 giorni di ritardo, compresi che le conseguenze della sua assenza erano peggiori di quelle aspettate.

Una carica di ormoni provenienti da qualche nascosta parte femminile del mio corpo mi aveva sconvolto l’umore, e per un paio di mesi diventai la più assurda, lunatica e insopportabile donna sulla faccia della terra. O per lo meno nel raggio di diversi chilometri.

Quando finalmente mi decisi ad affrontare la mia umanità e a trascinare le mie ovaie impazzite da una ginecologa, sapevo benissimo che non potevo esser incinta salvo una seconda discesa in terra dello spirito santo. Cosa che, con la fortuna che mi ritrovo, non era poi così improbabile.

La simpatica ginecologa mi rispose che l’ultima volta che una paziente le aveva pronunciato la parola “impossibile” era già al terzo mese ed aspettava due bei gemelli.

Ovvio che quando me lo disse non potevo sapere che si trattasse dell’unico modo per convincermi a fare un test di gravidanza che le togliesse ogni responsabilità in caso di incidente.

Per me era solo un’idiota che mi stava dando della bugiarda e che dovevo zittire. Dunque rimasi 4 fottute ore chiusa in uno studio di 4 metri quadri, stesa su un letto di ospedale ad attendere il risultato di un test che diede gli ovvi esiti previsti.

Mi è bastata questa traumatica esperienza per sapere che ogni volta che vado da una ginecologa devo arrivare con analisi del sangue appena fatte, test di gravidanza incluso.

Per avere 23 anni ne ho fatti talmente tanti di questi maledetti test da poter aprire una casa farmaceutica tutta mia e da sapere esattamente che ogni volta l’ansia che accompagna l’assenza di ciclo non fa che aumentare il ritardo. Che in fondo non ho mai niente di cui preoccuparmi. E che davvero, io forse incinta non lo sarò mai, nemmeno volendolo.

E per quanto io, dopo 10 anni di ritardi, mi sforzi di accettare e prendere consapevolezza che il mio ciclo supera sempre i 37 giorni, non riesco comunque ad eliminare quello stato d’ansia continuo che appare al 40esimo giorno, quando d’improvviso, nel bel mezzo del sonno, mi sveglio con in testa le parole di quella ginecologa e il suono di due bei cuori gemelli che battono forte nella stanza di un ospedale alla seconda ecografia.

Ricordo che intorno ai 16 anni e, a dir la verità la cosa è durata fino ad almeno un anno fa, ciò che mi faceva riprendere sonno era la mia convinzione che il mio utero non fosse tanto ospitale come quello di altre mie coetanee che da adolescenti avevano avuto la “sfortuna” di ritrovarsi con un pargolo da accudire.

Dentro di me si è creata come la convinzione che niente potesse attecchire nelle mie ovaie, e che avrei passato una felice vecchiaia in compagnia di tanti chihuahua e senza maledetti pargoli da accudire o che, al massimo, avrei potuto adottare qualche bel bambino del vietnam con splendidi occhi a mandorla e due genitori che non avrebbero potuto tenerlo per via della fame e delle conseguenze della guerra.

Poi in una bella giornata invernale, single e felice della mia situazione, avevo deciso di farmi un bel check-up completo, di affrontare il mio terrore del ginecologo e di farmi controllare il mio perfetto, liscio e vuotissimo utero per permettermi di assumere finalmente una pillola anticoncezionale che desse fine al mio calvario di attese che ogni mese distruggeva la mia quotidianità da ormai troppi anni.

Non ero mai riuscita ad affezionarmi ad un ginecologo, li avevo sempre trovati tutti molto freddi e troppo professionali, come macellai alle prese con la mia vagina e le aspettative delusero anche questa volta, facendomi scontrare con un dottore dall’aria sportiva, alto e un po’ troppo bello per quel lavoro, con un sorriso troppo smagliante e con un accento troppo nordico perché mi potessi sentire a mio agio mentre mi chiedeva la data dall’ultimo ciclo, l’età e, soprattutto, se avevo mai avuto aborti.

Spiegare ad un ginecologo che per ben due volte nella tua vita, dopo spiacevoli incidenti, ti è capitato di prendere la pillola del giorno dopo, nella maggior parte dei casi è come condannarti ad un buon quarto d’ora di predicozzi su come esistano la bellezza di ventitrè diversi metodi anticoncezionali e di come la pillola in questione sia qualcosa di fortemente lesivo per ogni donna, figuriamoci per una ragazzina che era ancora nel pieno degli stravolgimenti ormonali.

Ma ‘stavolta non andò così.

Stavolta questo ginecologo decise di stravolgere ogni mia aspettativa e di iniziare a scrivere. Scrisse una quantità di ricette tale che pensai stesse recuperando del lavoro arretrato mentre ero ancora nel suo studio, nuda come un verme, accompagnando il rituale amanuense solo con una serie di grugniti, mormorii e mezze parole. Continuavo a fissarlo e quasi avevo deciso di rivestirmi quando finalmente decise di alzare la testa da quei fogli rosa e sbalordirmi con una domanda che nessuno mi aveva mai fatto:

“Lei non ha mai pensato di fare un controllo della sua fertilità?”

Ero attonita.

In molti mi avevano dato della cinica, fredda ed insensibile, in passato. Di solito erano commenti di amiche, colleghi o ex fidanzati. Ma come si permetteva lui che non mi conosceva da più di dieci minuti di darmi dell’ARIDA così, senza un motivo scatenante?

“No” – risposi seccata – “non vedo perché avrei dovuto, sono giovane e non ci sono problemi di fertilità nella mia famiglia”.
Ero sotto shock per quella domanda, e un fiume di parole sopraggiunse prima ancora che potessi rendermene conto.
“E poi sono così piccola, ho tempo per pensarci, perché dovrei preoccuparmene ora, e perché dovrei avere problemi? C’è gente che partorisce a 45 anni, non credo di voler controllare ORA queste cose, voglio solo evitarle…SONO GIOVANE, IO!”

“Dico solo che lei non è COSI’ giovane, e che prima o poi si troverà a volere un bambino, quindi le consiglio prima di tutto di fare queste analisi e di rivederci tra un paio di mesi per riparlare delle sue opzioni”.

Come accadeva sempre, archiviai questa ennesima negativa esperienza nel contenitore con le altre, nascosi le ricette in un cassetto insieme a quelle impolverate e datate che mi avevano dato i suoi predecessori, e cercai di metter a tacere quella voce che nella mia testa urlava “Controllo della fertilità!

Ma come un orologio arrivò puntualmente un mese dopo l’ennesimo ritardo, accompagnato da quella ricetta d’ansia e turbe psichiche che potevano far impazzire anche un cavallo ben addestrato.


Per anni mio fratello aveva ricoperto il ruolo della pecora nera nella mia famiglia. L’outsider, il ribelle pieno di vita che faceva dieci sport insieme, lavorava e si divertiva in modi alternativi con gli amici, percorrendo chilometri con la macchina alla ricerca di weekend sempre più avventurosi.

Fu’ all’incirca intorno ai 15 anni che comparve in lui un istinto che per natura avrebbe dovuto appartenere a me: il desiderio di avere una famiglia.

Sposarsi giovani, avere tanti bei bambini, una bella casa con un cane e un prato all’inglese con lo steccato in legno tinto bianco.

Un controsenso della natura, nella nostra famiglia fatta al contrario, dove mia mamma mi aveva sempre ripetuto che il matrimonio è una gran baggianata e che per fare degli splendidi figli non c’è bisogno di condannarsi ad accudire anche un marito (perché gli uomini sono indegni, o qualcosa del genere).

Io compensavo i prematuri istinti paterni di mio fratello col mio urlo di indipendenza, demonizzando matrimonio e famiglia e sognando un futuro di chihuahua e carriere sfavillanti.

Quel giorno festeggiavo 49 mattine di assenza di ciclo. Il sarcasmo cinico e noir che accompagnava ognuno dei miei ritardi era al culmine della sua climax e mio fratello continuava a raccontarmi di come si sentiva diverso, ora che era tornato single dopo tanto tempo.

“Ho cambiato idea, sai sorellina? Credo proprio che non mi sposerò mai né, tanto meno, avrò mai dei figli. Preferisco starmene da solo, non dover render conto a nessuno e godermi la vita, non sono proprio tagliato per farmi una famiglia”.

Mia madre faceva finta di non aver sentito ma d’improvviso s’era sintonizzata sulla nostra frequenza, ci guardava con la coda dell’occhio e furtivamente tentava di rubare ogni parola, ogni stato d’animo e, in religioso silenzio, aspettava di vedere dove sarebbe atterrata questa bomba e che effetti avrebbe avuto su di me.

“Toccherà a te dare dei nipotini a mamma” disse lui, spiritoso come la sabbia nel letto, “del resto sei tu la fidanzatina innamorata!”

Ci mancava poco che mia madre tirasse il freno a mano nel pieno flusso del traffico quando mi sentì pronunciare una frase insperata: “mi piacerebbe molto”.

Credo fosse pronta a tutto, fino a quel giorno, persino ad ospitare per un thè gli alieni scesi da qualche pianeta lontano per colonizzare la terra, certo però non si aspettava che io potessi anche solo lontanamente opzionare l’idea di darle dei nipotini sollevando mio fratello dall’ingrato onere.

“Mi piacerebbe molto, davvero – dissi – ma le mie ovaie ormai non lavorano più, hanno preso troppo sul serio il mio rifiuto per la famiglia, e quindi di bambini qui non se ne parla!”

Mio fratello trasalì.

Inutile mentire. In lui albergava l’idea di sollevarsi dal compito di padre dedicandosi ad una vecchiaia di amato zio; uno di quegli zii divertenti che portano i ragazzi in giro con la macchina ad esplorare posti nuovi.

“Sorellina, che vuoi dire? Non scherzare! Tu li avrai eccome dei figli!”.
“Purtroppo no, mio caro zietto mancato, la natura a volte decide per noi e ci manda chiari messaggi. Il mio corpo ormai lo urla da tempo che io, di figli, non ne posso avere. 49 giorni senza che le mie ovaie lavorino sono un chiaro esempio di come io non sia destinata a fare la mamma.”

Per la seconda volta nella mia vita, la prima dopo la visita del ginecologo nordico, mi sentii arida ed inutile. Mio fratello sembrava più atterrito di me alla notizia e mia madre tentava di mantenere l’autocontrollo con profondi esercizi di respirazione, sempre facendo finta di non ascoltare.

Ne seguì una buona oretta di chiacchiere fraterne sul divano di casa. Lui voleva sapere tutto, voleva delle spiegazioni più approfondite di come potessi io esser così sicura di quel che dicevo. Dovevo fare dei controlli, dovevo curarmi, dovevo rimediare, dovevo, dovevo, dovevo..

Devo andare al bagno!” – lo liquidai, esausta e un po’ sconfortata, lasciandolo a riflettere assorto su cosa avrebbe dovuto lui dedurre da questa notizia, come si sarebbe dovuto comportare.

Credo iniziasse già a tornare sui propri passi, a riconsiderare l’idea della famiglia. Forse era già lì, chino sul suo cellulare, a scrivere alla ragazza che voleva risolvere, che improvvisamente gli mancava la sua presenza e la sua sicurezza e che un futuro per loro esisteva eccome, quando un urlo si levò dal bagno “Paolo, Paolo!!!!!!”

Lo sentii spaventato dietro la porta chiedermi che succedeva.

Fratellino mio, che bello, mi è venuto il ciclo!

E quello è stato il giorno in cui ho capito che prima o poi una famiglia la voglio eccome!

Posted by Nily Comments (1) 19th July 2011

Cambiare

Stefania s’è trasferita dalla ridente Puglia a marzo, armi e bagagli, senza un lavoro o una casa, ed è venuta a Roma per costruirsi un’opportunità.
Per una romana d.o.c. come me è parecchio difficile immaginare le sensazioni di qualcuno che ha sempre vissuto in un piccolo paese e che di colpo, a 32 anni, decide di venire ad abitare a Roma.
Ricordo che nella mia ultima vacanza in sardegna conobbi una coppia di simpatici trentini. Abitavano in un paesino di montagna non lontano dal capoluogo e non facevano altro che chiedermi quante celebrità avessi conosciuto nella mia vita, avendo io sempre abitato a Roma.
Pare che il mito della vita mondana possa esser applicato solo a coloro che vivono la città da generazioni, e che questo debba per forza di cose renderci assimilabili a delle newyorkesi che passano le serate dopo il lavoro tra aperitivi e locali alla moda.

Stefania mi è piaciuta fin dal primo giorno che la conobbi.
Era così eccitata all’idea di lasciare il suo paesino con la prospettiva di un lavoro a Roma che ricordo mi fece quasi tenerezza, tutta sola ad affrontare l’inquinamento mentale a cui porta il vivere in città, soprattutto in un quartiere caotico e “cementato” come quello dove ci troviamo.

Quando appena un mese prima io mi trasferii mi sentivo d’improvviso persa.
Nella mia vita avevo vissuto sempre all’Eur, quartiere modello del sud romano, immerso nel verde e pieno di uffici che all’ora di pranzo liberavano come animali tutti quegli omoni in giacca e cravatta, lasciandoli riversare per le strade alberate ed entrare nei negozi. All’eur è tutto molto ordinato, del resto l’aveva concepito Mussolini, ed ogni strada è parallela alla seguente, ogni parco è incastonato come un diamante all’interno di un contesto residenziale davvero unico, dove alle 19.30 improvvisamente gli uffici si svuotano e i giovani si riversano in strada a popolare la notte.
E io avevo preso la folle decisione di trasferirmi al Trullo.
Solo il nome del quartiere bastava a creare forte confusione se non addirittura inquietudine nelle menti dei miei amici.
Dopo la prima settimana dovetti costringermi a indicare la zona come “Portuense”, per evitare commenti del tipo “Come t’è venuto in mente di trasferirti lì, proprio tu!”.
E passare da un polmone verde di Roma ad uno dei quartieri con la peggior urbanizzazione del mondo, immerso fino al collo nel cemento e, dicono, nella criminalità organizzata, be’….non riesco ancora a descrivere il mio senso di soffocamento e smarrimento.

La povera Stefania aveva coraggiosamente considerato l’idea di potersi adattare nella piccola casetta in affitto che aveva trovato.
Una quarantina di metri quadri, forse meno, ed un’unica piccola finestrella che dava su un cortile.
“Il Bunker”, l’abbiamo ribattezzato.
Lavorare in uffici adiacenti e vivere a tre metri l’una dall’altra ci ha forse unite un poco, per quanto possano stringere legami due persone diverse e fortemente riservate come noi.
Mi ha creato parecchia apprensione la sua situazione, “bloccata” in questo mondo così diverso da quello che cercava, una realtà di quartiere di borgata, lontana dai lustri della vita mondana, con un lavoro che non le piace, attorniata come me da persone che vivono di perfidia e malizia, protetta solo dalla corazza di una speranza di miglioramento.

Ieri è stata una sorpresa.
Stefania è venuta da me. Dieci minuti prima ha lasciato il lavoro. Le hanno permesso di rimanere comunque in affitto negli appartamenti dell’azienda.
Mi ha raccontato di quanto si senta sollevata a poter scegliere di uscire da questa realtà così marginale e, a tratti, surreale.
E d’improvviso ho ammirato ancor di più il suo coraggio, la sua natura così indipendente e fiera.
Troverà presto un altro lavoro e, se non ci riuscirà da sola certo potrà contare sul mio aiuto.
“Voglio trovare una casetta più vivibile, sempre in zona, e mi piacerebbe se riuscissimo ad abitarla insieme” - mi ha detto. Qualcosa che abbia un balcone o un giardino e che ci permetta di avere una vita sociale lontana dalla realtà di questo quartiere e di questo lavoro.

Sono così entusiasta della sua offerta che quasi non ci credo.

Ho come l’ansia di iniziare questa nuova avventura e voglio farlo con una persona che ammiro, una ragazza con le palle che ha avuto il coraggio di cambiare vita senza guardarsi indietro e che, ormai ne sono certa, può affrontare con disinvoltura le difficoltà sempre nuove che ci pone questa vita da “indipendenti ragazze moderne”.

Quindi fateci un bell’”in bocca al lupo” perchè ce lo meritiamo ;)

Posted by Nily Comments (3) 14th July 2011

Il saggio

Avrò avuto 7 anni quando, nell’ora di antologia, sbadigliavo in attesa che uno dei miei compagni finisse la lettura ad alta voce di un brano consigliato dalla maestra.
Mi annoiavo sempre quando qualcuno tentava di leggere con intonazioni particolari perchè, per forza di cose, rendeva la lettura lenta e noiosa, ottenendo esattamente l’opposta reazione rispetto a quella prevista.
E così, mentre sfogliavo annoiata le pagine del libro di antologia, mi cadde l’occhio su un brano che nessuno ci aveva consigliato ma che forse è stato per me più rilevante di tanti che l’han seguito nella mia storia scolastica.
Il brano parlava di un uomo, un vecchio saggio che, grazie alle sue vaste conoscenze e ai suoi studi, era anche divenuto molto ricco.
Arrivato all’età della pensione e ritiratosi in una cascina di campagna, passava le sue giornate ad osservare dalla finestra la sua vicina.
Quando uno dei suoi giovani allievi lo andò a trovare e gli chiese come mai passasse così il suo prezioso tempo, il vecchio saggio rispose: “Ho passato la mia intera vita alla ricerca della conoscenza, ma mai sono arrivato a conoscere tutto ciò che volevo e questo mi ha trasformato in una persona infelice. Finchè non ho conosciuto la mia vicina, una vecchia signora che non ha mai studiato, non è mai stata ricca, eppur è felice. Ho capito solo ora che se potessi, scambierei tutta la mia saggezza con la sua felicità, a costo di esser povero ed ignorante!”.


Ho passato l’intera adolescenza a correre verso mete lontanissime con l’unico scopo di dribblare (scusate il termine calcistico) il più possibile quella mediocrità che vedevo negli occhi di chi mi era intorno e che ritenevo fosse sì, un importante componente della ricetta della società, ma che non sentivo appartenermi.
Sono cresciuta con la convinzione di esser diversa dagli altri, di non potermi concedere il lusso del divertimento malsano, di avere l’obbligo verso me stessa di esser sempre dieci passi avanti ai miei coetanei.
Ero sicura, così facendo, che un giorno avrei raggiunto una prestigiosa posizione sociale, un lavoro gratificante e di rilievo e, con esso, soddisfazioni grandi e riservate a pochi.
Il tempo per “cazzeggiare” mi dicevo, l’avrei trovato dopo, più in là, quando tutti gli altri si sarebbero svegliati a 30 anni scoprendo di non aver concluso nulla mentre io sarei stata già soddisfatta della mia vita.
Poi un bel giorno, a 23 anni e due mesi, mi sveglio e mi rendo conto che tutte le mie notti passate in bianco ad analizzare le parti della mia vita che non mi soddisfano, a studiare nuove tattiche per ottenere il meglio dal mio lavoro e dalle mie capacità, sono esattamente il sintomo di ciò che davvero non va, la rappresentazione chiara ed evidente di ciò che dovrei cambiare nella mia vita.
Rendersi conto di esser felici ed appagate nonostante i conti da pagare, nonostante la sveglia alle 6 del mattino e nonostante il poco tempo libero è un forte shock per chi, come me, è abituata a non accontentarsi mai.
Prendere coscienza che gli affetti veri compensano e superano la soddisfazione del prestigio sociale, che una giornata di ferie passata al lago può esser molto più appagante di una vita di ricchezza impiegata interamente a preservare le proprie immense finanze.
A volte, forse, “accontentarsi” non è poi così sbagliato e, ogni tanto, tutti dovremmo fermarci a riflettere e costatare che in fondo la nostra vita è bella così com’è.

Posted by Nily Comments (2) 4th July 2011