lo spazzolino del potere

Ho da poco appreso, grazie a ricerche svolte sul campo, dell’esistenza di una teoria di sviluppo nei rapporti sentimentali definita tra donne come “la teoria dello spazzolino“.
Tutto è iniziato quando un certo uomo ha comprato per una certa donna uno spazzolino tutto suo da tenere a casa di lui a disposizione di lei per ogni occorrenza. La prima ovvia associazione è stata fatta con la celeberrima scena di S&C in cui Big regala a Carrie lo spazzolino rosa, unico nel set, e lei ci ricama sopra un film di amori/convivenze/passioni e accettazioni delle stesse da parte di Big. Pensava di averlo convertito. A me di tutte ’ste robe non frega niente. Parlando con delle amiche ho scoperto che però questa teoria dello spazzolino esiste davvero ed è ben radicata nella mente di molti soggetti di sesso femminile della nostra società.
A., ad esempio, ha deciso di far trovare uno spazzolino tutto suo al suo ragazzo per quando lui passava i weekend da lei, e la sua donna delle pulizie ne ha dedotto che Lei non fosse più single.
M. invece, proprio come Carrie, mi racconta che lo spazzolino lei lo ha comprato apposta per lasciarlo a casa del ragazzo, così come un intero beauty di cosmetici essenziali che lui deve tenere in bella vista per sedare la sua mania di venir tradita (dimentica, forse, dell’esistenza di cassetti nascondi-beauty).
C. che è sposata invece deve lottare ogni mese e mezzo con una suocera che pretende di avere spazzolino, porta tovagliolo e biancheria sua personale a casa del figlio per ribadire (a lei) che la mamma è sempre al primo posto.

E’ indubbio che molti segnali, in questa bizzarra epoca che ci appartiene, possano rivelarsi vere e proprie ragioni di lotte di potere, ma è forse questo il caso più eclatante?
E’ brutto prender il caffè col capo, sconveniente aiutare un uomo che non sia il tuo a comprare una camicia. Se torni a casa sempre con un amico diverso si può pensare male, e se superi la soglia di vicinanza di 20cm con un uomo, allora siete in eccessiva confidenza.
Il galateo, oggi come oggi, è sconosciuto si più, ma è chiaro che le regole che lo compongono siano scaturite da manie di stampo tipicamente femminile sedate solo da atteggiamenti più che perfetti.

Ma uno spazzolino? Lo spazzolino entra nel privato, si insinua nella camera più essenziale di una casa, il bagno si illumina ad evidenziarne la presenza. Quello spazzolino è senza dubbio simbolo di potere. Un ospite, un vicino, la donna di servizio. Chiunque entri in quella camera saprà che qualcosa è cambiato e che una nuova rivoluzione ai vertici del potere casalingo è in atto.

E voi?
Raccontatemi le vostre esperienze al riguardo!

Posted by Nily Comments (4) 28th August 2008

Sara

“Si portava alla bocca i marron glacé sciroppati senza preoccuparsi del filo di succo che le correva dal mento ai seni, traccia che il professore seguiva ansimando con gli occhi fuori dalle orbite, fino a che non riuscì più a resistere e si gettò su quella montagna di carne luminosa e palpitante, disposto a leccare il dolce e qualsiasi altra cosa fosse alla sua portata, strappandosi letteralmente di dosso gli abiti, come fosse un indemoniato, ritrovandosi nudo.”

Allende - Afrodita

Si svegliava ogni mattina. Primo step della giornata era quel sano svuotamento di vescica che la rendeva leggera ed ancora incolpevole di assunzioni extra di cibo. La sua mente, appena sveglia, ancora sognava. Il miraggio era una tazza di buon cappuccino e una brioche al sapor di cioccolato con tante scagliette di peccato. Secondo step sulla bilancia. Fiato sospeso e tanta paura. Sapeva di esser stata molto brava ma ogni mattina le toccava quella tortura per poter andare avanti nella giornata. 49.7 Kg. L’obiettivo era vicino. Terzo step. Ora c’era da riflettere sull’annosa domanda del giorno: quante calorie posso permettermi oggi?

Quante calorie posso permettermi oggi per avere i crampi allo stomaco e dimenticare il dolore che attanaglia il mio cuore?

L’errore più diffuso è quello di scambiare i disturbi dell’alimentazione per delle perverse scemenze che delle ragazzine si mettono in testa di attuare per rispecchiare chissà-quale-canone.
Sembra sciocco dover spiegare a decine di genitori, proprio nel 2008, che la loro figlia che soffre di DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) non sia una reietta o l’ennesima Paris Hilton della situazione, e nemmeno che riempiendole la bocca a forza la si riesca a far mangiare colpevolizzandola di tutti i sensi di colpa provocati nei suoi genitori (laddove ci siano).
Sembra incredibile il racconto nel quale sto per addentrarmi, ma purtroppo non è frutto di una fervida immaginazione, quanto piuttosto di esperienze vissute sul campo (da me o da terzi).

E così Sara iniziava la sua giornata. Le calorie di una giornata normale si aggiravano intorno alle 500. Se si sentiva in colpa poteva rimanere a 300 e se era stata molto molto brava nelle settimane precedenti, allora sì, poteva sbafarsene 800, con relativi sensi di colpa per aver arrestato il processo d’ascesa della sua dieta. Il cibo, in sostanza, non le era mai piaciuto davvero, non provava alcuna gioia nell’ “assaporare” qualcosa. Che termine sciocco, poi, “assaporare”. Forse le papille gustative gliele avevano tolte alla nascita, 15 anni fa..questa spiegazione sola poteva giustificare il fatto che lei, davvero, lei non provava nulla di buono nel mangiare. Nemmeno guardandosi allo specchio provava nulla. Non si piaceva e non si era mai piaciuta, ma in fondo nemmeno il suo carattere era tanto socievole e la sua volontà non era quella di piacere proprio a nessuno. Sua madre l’aspettava, seduta al tavolo, in cucina. Ogni mattina era uguale e lei doveva salutare la mamma con un bacio, sedersi accanto a lei nella sua seggiola in paglia, vesare ad entrambe il caffè e portare a tavola il piatto contenente croissant e marmellatine di ogni genere che la madre comprava in quel vecchio negozietto di dolciumi dietro l’angolo. Non l’aveva mai assaggiata, Sara, la marmellata. Non c’era riuscita per via di quel suo budinoso aspetto lascivo. Le sembrava che se l’avesse mangiata sarebbe diventata anche lei un budino. La tv era accesa e Sara mangiava come un uccellino, con calma e risolutezza, allo streguo di un militare al fronte che deve muoversi dietro le barricate strisciando per non farsi vedere. La madre, corpulenta e fiera, con quei capelli messi in piega alla perfezione dalla permanente, guardava senza sosta la televisione. “La professoressa Rudolf dice che vuole parlarti e dovresti venire oggi al ricevimento”. La madre, senza distrarsi dal suo programma mattutino preferito le disse che non aveva intenzione di perdere un’altra giornata di lavoro per sentire le fantasticherie di quelle donne, tutte zitelle che vogliono insegnare ad esser madre a me. Io che vi ho cresciuti con tanto amore, con tanti sacrifici. Di scatto si girò verso la figlia. “Quanto ancora hai intenzione di continuare in questa farsa, Sara? Pensi di attirare l’attenzione con queste tue diete del cazzo? Pensi di esser superiore, una principessina delicata. Te lo dico io cosa stai facendo così, stai distruggendo la nostra famiglia!”

La signora D., madre di Sara, ha potuto costatare negli anni come la salute della figlia peggiorasse di giorno in giorno. Sara non aveva amici che le volesser davvero bene.. Le sembrava che chiunque le stesse vicino fosse interessato da lei solo per un’istinto di salvezza, tipo la sindrome dell’infermierina, che portasse con sè un serio sentimento di pena per quella ragazza così malata, così magra…

La signora D. non ha mai voluto aiuto da nessuno, lei SAPEVA come crescere i suoi cinque figli, peccato che all’età di 22 anni una di esse era ormai un cadavere in un cimitero.

Un cadavere troppo piccolo per una bara da adulto…

To be continued..

Posted by Nily Comments (1) 24th August 2008

Pesci furbi e Mucche vecchie

Quando si tratta di sesso, anche i pesci mentono: corteggiano una femmina per arrivare a un’altra secondo l’università di Potsdam. I biologi hanno visto come i piccoli pesci messicani dei ciprinodontiformi, per assicurarsi una femmina molto prolifica, disorientano i rivali in amore mostrando inizialmente interesse per partner femminili meno attraenti. Appena portati i concorrenti maschili sulla partner sbagliata, si gettano sulla preda che garantisce una prole massiccia.

Fonte: SoftBlog

Mi ero prefissa di riflettere sulla famosa teoria della Mucca Vecchia e della Mucca Nuova proposta nel suo libro da Laura Zigman la cui protagonista, mollata prontamente dal suo Principe Azzurro, decide di approfondire le sue conoscenze in fatto di scelte maschili ricorrendo a Freud e analizzando nel dettaglio il principio per il quale un toro non va mai con la stessa mucca. Non c’è molto da aggiungere, in effetti, alla sua teoria così ben formulata e commentata. Di fatto cose viste e riviste. Se non fosse poi che molte di noi donne non sono state informate di ciò, non sono state mai messe al corrente dalle loro mamme di queste teorie.

Le genitrici, infatti, hanno avuto la premura nella loro vita di madri, di insegnare più o meno tutto alla loro prole femminile, dal pulire la casa a cavarsela da sole in milleeuna difficoltà della vita, sbattendo il muso e facendosi rispettare dal genere maschile, ricorrendo all’immancabile riconoscimento di esser di fatto migliori dei loro compagni/amici/colleghi uomini.
E poi Lei, il prototipo di giovane fanciulla moderna, decide di affidarsi alla fortuna e di trovare un uomo, qualcosa che di fatto non completi il suo cuore, ma piuttosto il quadro utopico ereditato dalle nonne che si è creata nel cervello perchè le sfide normali della vita di una donna non sono mai abbastanza complicate, e in qualche modo vanno incrementate di giorno in giorno, proprio come il focolare della famosa casetta in campagna che qualcuno ci ha convinto sia una prerogativa di una vita felice.
E sempre Lei, madame modernità, la signorina “so far tutto da sola/non mi serve aiuto/ammiratemi in quanto donna autonoma, autosufficente e pure figa” che di uomini crede di sapere proprio tutto poichè assimilabili per concetto e nella pratica a quei delicati e alquanto scemi pesci rossi da tenere in casa come ornamento faunistico aggiuntivo alla propria routine quotidiana, decide dunque di impegnare gran parte delle sue forze mentali e fisiche nella caccia spietata di un essere di genere maschile in grado di assecondare ogni sua scelta e di rimanere a far da sfondo alle sue glorie passate presenti e future.

E poi eccolo lì, sicura e fiera del suo successo, la signorina moderna è assolutamente certa, dopo una lunga ricerca costata sacrifici titanici, di aver trovato, accalappiato ed ingabbiato il soggetto maschile perfetto in questione. Non le resterà che tenerselo buono, nei primi anni, forse, e poterlo finalmente lasciare libero di muoversi nel suo spazio ristretto di essere vegetante all’interno della vita di Lei, conscio del fatto che è lei che comanda, anche se all’inizio lui non se n’era accorto.

Tutto questo rimane nella testa della Signorina Moderna. Due settimane passate insieme in modo divino, lui cauto e quasi placido, mansueto animale da salotto che sembra poter davvero assecondare le fantasie di realizzazione personale di Lei. Poi succede che la donna, per quanto spietata e assetata di vittoria, si riscopra appartenere a quella vecchia classe che i libri di scuola danno per estinta del personaggio narrativo femminile romantico e un po’ tocco; imbambolata da nuovi orizzonti e intrappolata in un presente che non aveva previsto. Cecità assoluta.

Per quanto mi è dato sapere, posso personalmente concorrere a quel filone di esperienze che documenta il fatto accertato ormai che una donna cosìdetta impegnata riceva molte più proposte di quando era libera. Un personaggio maschile molto “romantico” che è passato come un meteorite nella mia vita (lasciando tanto di cratere) mi ha dato una volta la sua personale opinione sul come vanno i fatti.
La donna libera, ormai tacitamente accettata come single per tutti, risulta agli occhi dell’uomo una potenziale intrappolatrice; una tipa, cioè, che utilizza tutte le sue armi seduttive di donna (micidiali, senza dubbio) per ingabbiare qualsiasi uomo pronto a caderci che incontri nel suo percorso. Ecco perchè l’uomo per esser sedotto è duro come il marmo, ci vuole tattica, coerenza e molta molta pazienza. E l’uomo lo sa. Mentre una donna occupata è vista dal genere maschile come colei che ha gettato le armi, fatto fagotto della sua rigidezza da single e delle sue armi seduttive e le ha buttate tutte nel cesso, dando per fatto appurato che non le serviranno più. Ed ecco che l’uomo si sente più sicuro, meno soggetto ad influssi maligni di stregoneria moderna, e si decide che quella donna ora la conosce per quello che davvero è, non una mangia uomini spietata ma una mansueta creatura pronta ad esser fregata da Lui al rivale maschio, unico inceppamento in tutta la faccenda, ma non di così difficile risoluzione.

Ecco spiegato, secondo il mio meteorite, la teoria che adduce alla donna occupata un’incredibile attrativa.

Due settimane, tanto bastano per coLei che non ha grande esperienza di batoste al riguardo, a rilassarsi col proprio “nuovo acquisto” e decidere che i suoi progetti vanno alla grande e son destinati ad un lieto fine, come ogni obiettivo si sia prefissata in vita sua la Signorina Moderna.
Ma l’uomo, Lui, è come il pesce sopra citato. Egli è evidentemente l’essere più lontano nell’universo dalle idee utopiche di vittoria della donna. Lei non aveva calcolato il suo lato attivo. E così il Pesce, Lui, sparisce.
Bum.
Non c’è che un boato forte, un tonfo nel cuore della SM che credeva di sapere tutto e che tutto filasse secondo i suoi piani. Sparito nel nulla, senza alcunissima spiegazione o logica, creando un effetto a catena sulla psicologia femminile di colei che da setter irlandese ruspante s’era trasformata in cucciolotta di labrador ansante. Il perchè e il per come si indagano allo streguo di un agente Cia ma i risultati non arrivano mai a spiegare appieno le motivazioni di tale sparizione. Ed ecco che ci viene in aiuto la spiegazione scientifica dei nostri ricercatori dell’università di Potsdam.


Cosa ci rimane?
Il libretto d’uso di una relazione cita al primo punto “usare cautela“. E sarà lapalissiano dire che ci vada un’integrazione come “non forzare le cose” e “lasciar fare alla relazione il suo corso”. Si, ridondante. Sono consigliati inoltre l’utilizzo dei guanti, degli scarponi da trecking e di un fodero antiproiettili per il cuore. Scetticismo a volontà, senza dubbio arma a doppio taglio, che però può salvare l’animo femminile dai rimuginii dei mesi che seguono una sparizione improvvisa del Pesce.

Diffondete il verbo, signore. E fatene tesoro.

Posted by Nily Comments (3) 23rd August 2008

Pubblico privato

Quando Pubblico è l’aggettivo e il privato un sostantivo si ribalta la situazione.

Pudore non ne ho mai avuto, il segreto non fa per me. So tenerne molto bene, quelli degli altri, per questo forse sono un deposito di vecchi segreti delle amiche, ma di mio non saprei produrne nè nasconderne. Sarà ingenuo ma il fatto che tutti sappiano di me ciò che so io, come dice la Prof. Tota, è una conferma alla mia memoria, perchè noi non viviamo esperienze per viverle ma per poterle ricordare e se sei l’unica testimone della tua esperienza, con gli anni, sostanzialmente potresti perderne il ricordo e iniziare a chiederti se davvero hai vissuto quelle emozioni. E’ proprio per questo che nasce nell’individuo il bisogno della narrazione, strumento essenzialmente per mantenere viva la memoria di ognuno di noi.
Il blog ne è senza dubbio il più moderno esempio, un posto in realtà dove nessuno capita per conoscerti, ma alla fine si arriva sempre ad una condivisione delle proprie memorie personali con l’obiettivo di renderle memorie comuni e di gruppo, attraverso anche il mezzo del dibattito e del confronto. Ma succede, spesso, che ognuno interpreti a modo suo le tue parole scritte, ognuno reagisca diversamente e si faccia una sua personale opinione di come sei e di come ti poni.

Ecco spiegato il perchè del disagio che provano le persone che mi incontrano dal vivo dopo avermi conosciuta tramite blog. Ed ecco il motivo dello stupore di chi invece mi conosceva dal vivo e scopre in seguito il mio blog.
E’ così, leggendomi mi han detto che appaio triste e pensierosa, una ragazza un po’ sulle sue, che trascrive i suoi pensieri e i suoi tormenti e che nella vita reale dovrei di fatto assomigliare più ad un eremita tibetana che ad una party girl col pallino per la moda.
Lo stesso ragazzo che ora ricopre un posto importante nella mia vita, conoscendomi tramite internet, pensava di trovarsi davanti una persona impenetrabile e chiusa, assolutamente certa dei suoi obiettivi e che pretendeva fin troppo dal principe azzurro. “Come si dice il contrario di una che se la tira?“. M’è piaciuta questa descrizione di me, perchè in effetti era almeno la decima persona in quegli ultimi sei mesi (i miei primi da single dopo 4 anni) a dirmi che me la tiravo troppo poco e che questo poteva esser il motivo di tanti calci nel sedere.
(e io che ero convinta di essermi mostrata solare e carina…me la tiravo troppo poco, questa era la mia colpa!)

Un’amica, in uno sfogo di qualche settimana fa su come certe persone tendano a deluderti, invece di rincuorarmi sulla mia buona volontà nel capire il prossimo, mi ha detto che devo darmi una svegliata e capire che la gente se ne frega di te, tu sei solo un numero in più sul cellulare.
Ma non è forse vero che ogni persona che incontri, ognuno di quei numeri che aggiungi sono in fondo nuove esperienze acquisite trasversalmente? E questo, secondo voi, non conta nulla?

C’è quell’amica, così diversa da me, quella timida e scura che si preoccupa di esser stata ad ibiza e che tutti ora pensino che non è più una santa ma che è diventata una alla ricerca di divertimento e basta. Solo perchè siamo così diverse non dovrei esserle amica? O forse lei arricchisce la mia visione della vita, portandomi a conoscenza del fatto che ci sono altri punti di vista per ogni esperienza che viviamo?

Si parlava con un amico di storie di transizione, quelle storie, secondo la sua definizione, che pur essendo piene di passione e fors’anche amore, servono a entrambi per passare da uno stadio della vita all’altro, aiutandosi a superare gli ostali per poter arrivare ad un punto in cui ci si ringrazia a vicenda e si passa allo scalino successivo, anche detto vero amore.
Ok, lo sapete, il vero amore altro non è che l’incontro di due persone che hanno finalmente deciso di non dover dare per forza guerra all’altro per tutta la vita e si arrendono all’evidenza del fatto che il rispetto e una buona dose di pazienza, mixati alla classica passione amorosa, possa portarli avanti per una vita. Però questo ha aperto nuovi spunti per giudicare cosa davvero valga la pena di conoscere nella vita, se ognuno di noi debba chiudersi a riccio evitando il brutto e cattivo della vita, o se anzi non sia meglio sbattere la testa tante volte finchè non si è abbastanza duri da non farsi più male.

Ecco, è arrivato il momento di dire quello che penso, quello che mi spinge a scrivere oggi. Io voglio sbatterci la testa, voglio mettermi in gioco giorno dopo giorno, imparando e crescendo con le persone che si imbattono per la mia vita che, pur sempre retta, può subire brevi deviazioni e pause di riflessione costruttive o distruttive (speriamo di no).
Io voglio crederci sul serio..e voi?

Posted by Nily Comments (5) 22nd August 2008

Alte sfere

Oggi ho speso la bellezza di nove euro per comprare, in totale, due anellini color oro, un braccialetto color oro e un paio di orecchini color oro.
Non avevo nulla del color oro.
E’ stato sublime l’effetto di aver speso così poco per così tanta bigiotteria, robetta carina e assolutamente indispensabile per sedare la fame da shopping in una calda e intensa mattinata d’agosto. E così, col mio anellino al dito, ho pranzato con la mia amigatta, con lui ho preso il caffè insieme al mio ragazzo. Col mio anellino ho portato a spasso il cane, e sempre con esso ho studiato a lungo.
Il mio anellino è diventato color bronzo e il mio anulare blu.
Aberrante lo sguardo di chi viene deluso davanti al proprio nuovo oggetto appena acquistato. Sarà che non porto mai gioielli, sarà che quei pochi che possiedo mi son stati regalati da persone speciali e di ottimo gusto che han pensato bene di snobbare la bigiotteria e di buttarsi su gioielli veri per farmi un regalo. E così davanti allo specchio mentre mi toglievo il mio anellino mi chiedevo se forse quell’euro e cinquanta avrei dovuto spenderlo meglio o se invece una giornata con un bell’anellino e relativo ottimo umore potessero valere quel prezzo. Credo proprio di si.

Cena galante, te la offre lui, nel miglior ristorante di Roma, e tu ti chiedi se forse quella sfilata di moda di clienti siano reali o solo nella tua mente. Alt(r)e sfere, senza dubbio, quelle che sedevano in ogni singolo tavolo del ristorante. Zeppe Jil Sander, borse Vuitton limited edition e camicette di Pucci tanto estive e così raffinatamente azzeccate. Pensavo che scarpe da 400 euro fossero condannate a restare ai piedi delle donne solo nei telefilm americani anni 90, e che Carrie fosse l’unica giornalista di cui si fosse mai accertato l’effettivo possesso di un paio di Manolo da capogiro. Che poi riflettendoci in fondo una giornalista può anche esser figlia di papà, con grandi capitali e quel malsano interesse per la scrittura su quotidiani da potersi di conseguenza anche permettere una vita lussuosissima con un lavoro pagato da fame.
E dire che Zerbini me l’aveva detto di lasciar perdere Scienze della comunicazione…

Fai una bella chiacchierata con un amico, e vieni a scoprire che in fondo la vita può riservarti belle sorprese, se uno è aperto ad esse e pronto effettivamente a farsi sorprendere.

Uscite le liste delle dichiarazioni dei redditi di Roma, venni a scoprire cose interessanti sui ricchi della mia città. Gli unici sotto i 30 ad esserlo veramente, erano calciatori e soubrette (se così vogliamo definirle..). Categorie, insomma, alle quali di certo la maggior parte di noi non apparterrà mai e poi mai. Chi per principio chi per sfiga totale. Eppure tutte le donne delle alte sfere nei tavoli vicini sembravano incredibilmente belle, anzi, credo proprio che lo fossero davvero. Se i soldi non fanno la felicità, evidentemente, non vale lo stesso per la bellezza! E se quest’ultima può esser pur sempre definita come dato soggettivo, è invece oggettivo come coloro definite da me belle, quelle signore d’alta classe sedute ai tavoli, fossero la reaicarnazione esatta di modelle di pubblicità, evidente stereotipo adottato da tutte noi per definire in modo universalmente accettato la bellezza femminile.

Non credo sia necessario andar avanti a spiegare cosa provi una comune mortale davanti a tanto scempio. La parola mediocrità, alla fine fine, doveva esser sconosciutà ai più, lì dentro. E così bellezza e soldi si uniscono a creare un forte disagio emotivo in colei che di tutto ciò non ha mai visto l’ombra.

Ma poi arriva l’antipasto, venite serviti e guardi negli occhi il tuo ragazzo col quale stavi commentando questi pensieri ad alta voce. Muto lui ti osserva con occhi che brillano e ti fa capire che in fondo la vera ricchezza è stare lì con una persona speciale, e la vera bellezza è vedere che qualcuno ti apprezza davvero così come sei e, anzi, crede tu sia stupenda, molto più di quelle mummie cinquantenni vestite a festa.

Posted by Nily Comments (3) 20th August 2008

specchio specchio delle mie brame

Entri in quell’atrio gigantesco. La mamma promette che torna a prenderti presto e tu ti chiedi che diamine hai fatto di male per meritarti questo abbandono chiamato “Scuola materna”. Pianti lunghi e disperati e richieste di pietà. Non lasciarmi qui, non conosco nessuno e c’è un’alta probabilità che ci sia il lupo nero dietro quegli scaffali lì all’angolo, diciamocelo, potrebbe mangiarmi molto prima che tu torni qui con la tua automobile dal tuo lavoro a prendermi. Insomma, potresti anche scoprire che non ci sono più e in fondo se mi porti con te potrei non esser così fastidiosa nascosta vicino alla tua scrivania dell’ufficio. So esser silenziosa anch’io, sai?

Certo, poi si scopre che non è così male e quando vieni infilata in un luogo chiamato “Scuola elementare” sei quasi eccitata all’idea che arrivino i primi compiti a casa. Si, diamine, devi dimostrare che sei grande e grossa, in grado di studiare, portare risultati a casa e tanti “Bravissima” scritto in corsivo con la penna rossa sulla tua pagella e dunque meritarti una torta al compleanno e un discorsetto del tipo “Sei l’orgoglio della famiglia”.

Ti sposti di pochi metri, in realtà, ma qui il mondo è proprio un altro. Se alle elementari ti prendevano in giro perchè avevi un cognome strambo, ora dietro la porta della classe di prima media ti aspettano dei veri lupi mannari pronti a dirti che oltre ad esser brutta sei anche grassa, ti vesti come una figlia di campagna appena emigrata con quelle salopette di jeans che tutto hanno meno che del sexy. Hai stampato in faccia un cartello con scritto qualcosa tipo “io odio il mondo, del resto è stato lui il primo a dichiarar guerra.” Ed è vero, odi tutti, ma soprattutto odi quella biondina nel banco davanti che è bassina, magrolina, dolce e carina con tutti, insomma: il diavolo in persona. Vorresti distruggerla ma fai di tutto per ignorarla e in giardino fai a botte coi ragazzi più grandi e sostanzialmente l’unico obiettivo nella tua vita di scuola media è quello di esser nella media, oppure outsider completa, quelle sono le due opzioni. Spiccare significa andare al corso di latino pomeridiano, significa fumare una sigaretta di nascosto e prendere l’autobus da soli. I professori sono sicuramente degli idioti, lo sai perchè te l’hanno detto i compagni più grandi di te, e tu in fondo non sai come dargli torto visto che nessuno ti ha mai veramente spiegato cosa sia un’idiota.

Poi arriva lui, grande, grosso, rosso fuoco e con il giardino recintato. Il liceo.
Quell’ammasso di pietre e persone, 1300 ti han detto, che si mescolano ti creano solo un grosso senso di disorientamento. Che diamine ci faccio qui? Papà voleva l’alberghiero, mamma lo scientifico…io mi sa che ho scelto il linguistico solo per andare contro ad entrambi…mi sa…
Sconvolgente pensare a quanto hai dato a quel liceo del cavolo. Notti insonni, antidepressivi e rilassanti muscolari. Tu non potevi spiccare in mezzi a tutti quei geni, dovevi per forza tirar avanti cercando di non soccombere. Non sei mai stata una capra, anzi, sempre molto spiccata in tutte le materie. Ma questo non bastava, forse, al liceo, visto che non sei mai riuscita a distinguerti, davvero…mai…chissà perchè.
Ed è qui che cominci a capire come vanno davvero le cose. Diamine se cambia! Meno male che ci sono i genitori che ogni tanto parlano coi prof, altrimenti per il resto sei più o meno tu a dover decidere tutto, a dover imparare a studiare…quello chi te lo insegna altrimenti?
Non c’è confronto, non c’è coesione, in realtà non c’è nemmeno una vera e propria classe di persone. Ci sei tu, persona che studia, e loro, altre persone che studiano. E tanti feroci ringhi. Non ci sono più quelle prese in giro su come sei grassa o brutta. No, qui è tutto più sottile e, se vogliamo, spietatissimo. L’unica medicina è fregarsene di tutto e cercare di andare avanti.

Epppppoi…
poi esci da lì.

L’estate che segue gli esami di maturità è come un grosso macigno. Anzi, diciamo pure che è come un treno che viaggia su rotaie morte che danno su un precipizio. Dopo che ci sarà?
Ti conoscevo, sapevi che pensare troppo ti fa molto male, ti danneggia il cervello, e così ti sei messa a lavorare tutta l’estate così da eliminare ogni presagio di depressione post-liceo.
Sia chiaro. Il liceo non ti mancava e non ti manca. Tornare al liceo è una cosa che non faresti nemmeno per 63 milioni di euro. Questo è certo.

Ma l’università….
dall’esperienza che avevi avuto ogni scuola è peggiore della precedente, ogni scuola porta dolori maggiori, pressioni che un essere umano piano piano decide di non poter più sopportare e necessariamente deve trovare il modo di non soccombere, mollando.

Ma siccome ti han infilato un gene maligno alla nascita, il gene che ti spinge contro le sfide peggiori, eccoti lì a dire “Ma ’sti cazzi, proviamoci!”

Eccoci qui.
Tra poco inizierà il tuo secondo anno universitario.
Un po’ in ritardo con gli esami ma analizzando la cosa a mente fredda puoi dirti molto contenta della tua scelta. Certo, tocca anche lavorare, avere una vita sociale, sedare le proprie passioni e dedicare del tempo a riflettere sulla vita (santo cielo, altrimenti a che serve vivere?)

Ma nessuno ti aveva detto che qui devi render conto solo a te stessa. Che figo!
Insomma, sei competitiva, si, ma solo con te stessa, e questo ti piace da morire. Non hai genitori che parlano coi professori, nè pagellini, non hai la fine di un anno imminente con relativi compiti in classe, e non hai le gite con le compagne (grave momento di crollo emotivo per una come te).

Cavoli come si matura uscendo dal liceo…!!
Un capo a cui render conto, ma nessun professore.
E se il professore doveva esser equo e solidale, come certi negozi, il capo non lo è mai, nemmeno per etica. Anzi, fors’anche meglio così. Non ti aspetti comprensione e aiuto, ti aspetti un lupo feroce nascosto dietro lo scaffale nell’angolo buio, e magari a volte scopri che c’è solo un pastore saggio che ti insegna ad affrontare la vita.
E’ proprio bello, scoprire a volte come la vita sia migliore, andando avanti.

E noi andiamo avanti!

Posted by Nily Comments (5) 19th August 2008

Protected: Dolcezze Sarde

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Posted by Nily Enter your password to view comments 18th August 2008

sorprese in replica

Ognuna di noi, nella propria vita, è incappata almeno una volta in un falso, una borsa, una scarpa, magari un foulard molto ben imitato.
Ero lì con la mia amica a pranzo da lei quando le squilla il cellulare e lei con tono sorpreso dice “Scendo subito!”. L’accompagno. Dice che un tizio le ha portato delle ballerine che voleva comprare. Dato che la mia amica è eccentrica almeno quanto me non ho certo avuto dubbi sul fatto che un venditore venisse fin sotto casa sua a portarle un articolo da acquistare. Da lontano un bel senegalese alto ci fissa. Siete voi? - ci chiede. Si, siamo noi, veniamo condotte in un parcheggio poco lontano, dietro una macchina parcheggiata di cui l’uomo apre il bagagliaglio controllando che nessun ci veda. Per un attimo ho avuto un sussulto. Gli occhi mi han brillato all’idea che tutto quello potesse succedere davvero, poi mi son resa conto che dentro quella macchina c’era un vero deposito di Repliche.
Balenciaga Motorcycle blu elettrico IDENTICHE alle originali, con quella pelle che ho cortesemente chiesto di poter toccare e rimanere allibita nel costatarne la meravigliosa fattura. E poi i portafogli di Hermes, diamine, disse che li vendeva a 50€ quei portafogli. Non potevo credere ai miei occhi, alle mie sensazioni tattili nel sentire la pelle, nell’odorare, volevo quasi assaggiare quella cavolo di pelle. “Se vuoi puoi bruciarla così vedi che è vera!”. Cazzo se era vera!
Ma alla fine non potevo più farcela, ho pregato la mia amica di andarcene e il senegalese ha tirato fuori una parola che mi ha arrestato il cuore per un minuto: Neverfull….

Non ho retto, era IDENTICA, spiccicata all’originale che pochi mesi prima toccavo in negozio col dubbio se fosse la più bella Vuitton o la più bella borsa in assoluto che avessi mai potuto vedere/toccare/assaporare…

Che colpo, è stato….un duro colpo sentire la mia voce pronunciare un irresponsabile “E per questa quanto vorresti?”
Sono tornata alla realtà quando mi ha detto

CENTOVENTI

Quando l’avevo vista in negozio l’adorai anche per il suo prezzo piuttosto modesto per esser così stupenda: 450€.
Non spenderei mai quei soldi per quella borsa, sia chiaro, ma spenderne 120€ per una copia mi sembra da idioti…
sarò io……?

Posted by Nily Comments (5) 18th August 2008

Diversità

Dura la vita delle vere amiche.
Ostinata e scorretta deve esser la mente di una vera amica per render giustizia al suo duro ruolo e perdurare nella caparbietà del voler bene incondizionatamente qualcuno che magari a volte si rivela “non proprio come pensavi”.
Ci sono vari punti da affrontare quando si parla di vera amicizia.
I conoscenti, innanzi tutto, sono coloro che costellano la vita di tutti noi, e ci fanno apprezzare la differenziazione da noi imposta per dividere e condividere qualcosa con coloro che invece riteniamo veri amici.
Il confine a volte è sottile, non si va sbandierando ciò che si pensa, non è etichetta farlo. Ciò che è ottimo fare, invece, è riflettere e farsi chiarezza nel cervello, una sorta di pulizia mentale, quando si tratta di dover mettere in gioco tutti se stessi per una o più persone, e decidere se davvero queste lo meritino e se noi siamo in grado di concederci.
Potrebbe risultare veramente pessimo dare tutto a qualcuno e scoprire che non era proprio il caso, oppure venire a conoscenza un po’ troppo tardi dei propri limiti e che “davvero non ce la faccio a sopportarti quando sei isterica”. Sono limiti nostri, dobbiamo prenderne atto.

Le vere amiche.

Il mestiere di vera amica comprende molti ingredienti, come fosse un qualche piatto esotico, arabeggiante, speziato e molto corposo. Uno di quelli che quando li mangi ti senti davvero sazio e non hai bisogno di integrare con altro se non un bel digestivo.
Ci vuole, ci tengo a sottolinearlo, una bella dose di pazienza e comprensione, per esser una buona amica. Purtroppo infatti metter al primo posto i bisogni altrui può non esser da tutti; può rivelarsi difficile, quando stai magari con 40 di febbre e le ghiandole gonfie, ascoltare e confortare un’amica in lacrime che è disperata perchè non le sta più bene la taglia 42. Sono cose delle quali un’amica deve tenere conto, prendere in seria considerazione, a volte, il tapparsi il naso e star buona a confortare l’amica in difficoltà.
Ci vuole molta determinazione per esser vere amiche, schiettezza e sincerità, con un pizzico di tatto, quel giusto che basti a mandar giù la pillola quando si tratta di critiche costruttive. Il tatto è un’arte che a molte di noi nessuno s’è preso la premura di insegnare. Il tatto s’impara col tempo e con una giusta sensibilità. Lo impari quando capisci, volta dopo volta, di aver in qualche modo ferito la tua amica. Tu non avevi intenzione di farlo, ma devi prender atto del fatto che siamo tutti diversi, con idee diverse e che, a volte, possiamo non comprenderci a pieno pur sforzandoci al massimo delle nostre forze.
E le vere amiche capiscono anche questo, capiscono che quella non era mancanza di tatto ma di esperienza di ferite.

Ferita dopo ferità si passa avanti, come sempre, non si tratta di sopportare ma di capire e di voler a tutti i costi esser aperti all’esperienza dell’altra persona.

Ci siamo passate tutte, questo è il pensiero per me più ricorrente quando si tratta di confortare qualcuno, ma è inevitabile che alla fine si pensi: “dio, cosa farei senza di loro!” - loro, le mie migliori amiche, sono sorelle maggiori e minori insieme, tutte diverse tra noi ridiamo e litighiamo, cerchiamo di venirci incontro e a volte non ci capiamo come vorremmo, ma la nostra forza, la forza delle grandi amiche, è proprio quella di sapere affrontare una battaglia dopo l’altra e di aver il coraggio di non aggirare i problemi ma di andargli incontro con la spada tratta e i denti di fuori, le unghie, all’occorrenza, pronte all’utilizzo e il cuore aperto a quel grande amore che è la vera amicizia.

Posted by Nily Comments (2) 18th August 2008