Quella calma chiamata Felicità

Ha quasi dell’incredibile pensare che in questo preciso momento nella mia vita “VA-TUTTO-BENE”.
E’ passato un anno dalle ultime rocambolesche avventure della Nily-lavorativa e mi trovo in un ambiente di lavoro che oserei definire veramente splendido, fatto di persone limpide e tranquille, dove si gioca, si scherza e si rischia anche di diventare amici.
Non m’era mai accaduto, forse perchè la mia eccessiva selettività mi ha resa un po’ “orsa” in passato, ma devo ammettere, senza nascondere la mia famosa cautela naturale, che potrei anche abituarmi a vivere il lavoro come una famiglia allargata piena di fratelli, sorelle e con due genitori moderni che ci lasciano spiccare il volo verso nuove competenze e allargando i nostri orizzonti.



Ringrazio quotidianamente il cielo o qualunque cosa vi sia lassù per l’Uomo che mi sta accanto, un Uomo vero con tutta la sua perfezione e la sua profonda umanità. Un Uomo che mi regala ogni giorno quell’affetto, quella sicurezza e quella complicità che ogni essere umano cerca invano per tutta la vita.

Nonostante non me lo meriti e non sia mai stata in grado di ricambiare a dovere, ho scoperto che il succo della vita sono gli amici e che per quanti pochi pensavo di poterne avere si sono rivelati le vere stampelle che mi sorreggono in ogni momento. Gli Amici, che ti stanno accanto quanto festeggi e che ritrovi sempre quando hai dei problemi. Gli Amici che si farebbero tagliare una mano per vederti veramente felice, e per i quali tu doneresti all’istante tutti i tuoi averi pur di continuare ad averli accanto.

Riscoprire il valore della Famiglia non è stato affatto semplice, visti i miei trascorsi.
E’ un valore che pensavo di conoscere poco, e di apprezzare ancor meno.
Eppure eccoli lì, la tua Famiglia che non è poi così ristretta e poco presente come credevi, una Famiglia fatta di esseri umani pieni dei loro difetti ma che sacrificano ogni ragione e razionalità pur di dimostrarti il loro affetto. Ognuno a modo proprio.
E’ una Famiglia come la vorrei, quella dove si riscopre l’Amore, il piacere di starsi vicini sempre, anche solo col pensiero.
Una Famiglia presente, che vuol vivere le tue gioie e i tuoi dolori patento e gioendo con te.
E poi ne ho acquisita un’altra, di Famiglia, ora.
Una nuova Famiglia che mi ha regalato il cielo e che mi regala momenti splendidi, confronti e follie.

Un Futuro brillante mi attende, e lo sto costruendo pietra dopo pietra.
L’ho costruito con anni di pazze vicissitudini, strane conoscenze, esperienze disarmanti, colori, voci, pianti e gioie.
Un futuro “normale”, è tutto ciò che ho sempre voluto e non l’ho mai saputo.
La monotonia di una serata a casa davanti ad una tavola imbandita a chiacchierare della giornata trascorsa.
La tranquillità della pausa pranzo con i colleghi a sparlare di tutto e tutti.
Le passeggiate con le Amiche, con racconti di uomini sbagliati, costruzione di famiglie e di case, musica in macchina e balletti idioti per svagare.
Il mio cagnolino che impara i comandi e scopre nuovi parchi con nuovi amichetti.
La mia famiglia che vive momenti nuovi, condivide le mie gioie e sopravvive ai suoi ostacoli.

Tutte queste nuove esperienze e prospettive, sensazioni che non avrei mai immaginato di avere.
Tutto questo, si, penso proprio che si possa chiamare “Felicità“!

Posted by Nily Comments (4) 27th April 2013

Il lavoro, le passioni e i cambiamenti

Era il 2007, lavoravo in una cornetteria da ormai sei mesi quando un bel giorno il capo mi comunica che dal giorno dopo a lavoro io non servivo più, sarei stata sostituita con un suo amico che…”Ha famiglia ed non ha soldi, ha più bisogno lui di lavorare che te! Tu pensa a studiare!

Mi incamminai in un divertente gioco fatto di lavoretti saltuari come promoter, accompagnata dalle amiche di sempre e da nuove splendide conoscenze che, col senno di poi, posso considerare alcune delle più importanti della mia vita.

L’università era iniziata da appena due settimane e i curricula inviati iniziavano a fruttare colloqui.

Era la settimana prima del ponte dei santi, ottobre inoltrato e avevo finalmente un paio di proposte di lavoro in mano, ma ormai avevo fissato un colloquio alle 10, uno alle 14 e uno alle 17, così decisi di concludere il giro senza accettare alla prima occasione.

A diciannove anni te la ridi perchè hai di fronte un mondo di persone che ti sottovalutano. Ma le esperienze del tuo curriculum non ti permettono di farti valere quanto vorresti e devi metter in conto di accettare proposte lavorative con stipendi da fame e orari assurdi.

Il colloquio delle 10 era andato bene, per quanto l’idea di campare di provvigioni non facesse proprio per me.
Erano le 14.00 quando entrai al secondo colloquio della giornata in un ufficio dell’eur.
Dopo un paio d’ore dovetti telefonare per disdire il colloquio delle 17, e alle 19.30, ancora nell’ufficio dell’eur, stavo firmando un contratto con uno stipendio decoroso per la mia giovane età e la mia poca esperienza, e chiamai mia madre tutta contenta di aver finito la ricerca concludendola con un assunzione che partiva dal lunedì successivo.

Due anni e mezzo dopo espressi la mia volontà di andarmene.
E con in mano tre proposte di lavoro, accettai quella che mi pareva esser più stimolante.
A livello professionale fu così, ma a livello umano mi ritrovai coinvolta in un vortice fatto di follie e degenerazioni mentali di persone così poco educate alla convivenza lavorativa da portarmi a esternazioni estreme del mio disappunto.

Due anni ancora, e poi di nuovo in cerca di lavoro.
E’ il 2012, non sono più una ragazzina ma son sempre reputata “piccola” nel mondo del lavoro.
Per quanto la mia esperienza non sia più così misera, quello che fa la differenza, ormai, è la mia sicurezza in me stessa e del mio valore lavorativo.
Due proposte in medie aziende con un bel fatturato e una in sospeso presso una grandissima azienda che però da poche risposte e poche certezze.

Un mese di colloqui e alla fine l’assunzione.
Tornare a lavorare sotto stress, vivere in un ambiente differente da quelli già conosciuti e conoscere persone e mansioni nuove.
Scoprire che in fondo i problemi che hai conosciuto fin dal primo lavoro che hai fatto si ripetono in ogni azienda in cui vai a lavorare.
Scoprire che c’è sempre un personaggio che sparla dietro, sempre uno “primadonna” e sempre qualcuno che cercherà di addossare ogni colpa o errore addosso al più debole che si trova a tiro.

Quello che cambia, con gli anni, è il tuo modo di affrontare tutto ciò, mettendo sù non più il sorriso o montando su tutte le furie, ma facendoti scivolare addosso le cose negative, imponendo il tuo metodo di lavoro che sai vincente, ad ogni pratica lavorativa.
Affrontare i problemi e prender atto degli sbagli è sempre molto difficile ma è questo che determina la nostra maturità.

Comprendere come la superficialità di qualcuno possa determinare un danno alla collettività ti fa diventare attenta anche ai dettagli del lavoro degli altri, col rischio di esser petulante e mal vista.
Ma se questo serve ad evitare degli errori che mettono in gioco il fatturato della tua azienda, con il tuo stipendio dentro, allora direi che vale la pena diventare la famosa “Rompi Palle” che spesso ho paura di essere.

Passo e chiudo.

Posted by Nily Comments (2) 7th April 2012

Ricominciare

Ricominciare da capo.
In un mondo affetto da forte crisi economica, con valori e princìpi difficili da individuare e classificare.
Ricominciare da capo.
Mettersi in gioco con dei colloqui, incontrare persone che vivono in mondi paralleli dove tu non avevi mai infilato il naso.
Conoscere le sfide che questo mondo ci richiede di affrontare e viverle come nuovi obiettivi quotidiani.

Riscoprire il valore del tempo.
Andare in palestra, pulire casa, fare le lavatrici e la spesa.
Vedere le amiche che prima non vedevi per i troppi impegni.
Persino aggiornare il blog che da mesi muore sotto la polvere.

Esser disoccupate è davvero una strana sensazione.
Per anni ho immaginato solo meraviglie dell’esser casalinga.
Pensavo che quelle donnine che passavano la giornata fuori da un ufficio fossero splendide, dedicassero il tempo al proprio corpo, alla propria salute, girassero la città alla ricerca delle novità e delle occasioni.

Pensavo che solo a loro fosse riservato il lusso di godere del sole che una giornata può regalare a chi non è chiuso in un ufficio.

Poi, quando ti ritrovi senza lavoro, d’improvviso ti rendi conto che senza un ufficio dove recarti ogni mattina, la giornata diventa quasi vuota.

Pulisci casa, fai le tue commissioni, fai anche quelle degli altri (“non hai nulla da fare, no?”) e poi…
Poi i tempi si allungano.
Passi ogni minuto libero a riflettere e metà delle tue giornate ad inviare Curricula a gente che nemmeno li aprirà.

Ogni spesa diventa un lusso, persino il latte della colazione.
L’incubo “povertà” si avvicina e la ricarica del telefono non sembra più così necessaria.

L’esser sempre stata una formichina risparmiosa, senza dubbio, ha dato i suoi frutti.
Ma aver vissuto per quasi 10 anni di solo lavoro ora sembra la stupidaggine più grande che abbia mai fatto.

Perchè mi manca.

Mi manca l’entrare in ufficio ogni mattina con uno scopo, mi manca andar via con una lista di cose da fare per il giorno dopo.
Mi mancano le corse dell’uscita dall’ufficio (”Mi chiude il supermercato”, “Devo ritirare il cappotto in lavanderia”)
Mi manca dare un valore importante al weekend.
Ora ogni giorno è un weekend. E non è più così bello.

Ho fatto diversi colloqui.
Mi hanno fatto i complimenti, mi hanno fatto domande intelligenti e ho conosciuto anche persone molte simpatiche.

Il dubbio che mi attanaglia di più è che per paura di trovarmi troppo tempo senza un lavoro io possa accettare una situazione temporanea che non ritengo ottimale.

Ho fatto un colloquio per un’azienda molto grande.
Esser scelta sarebbe il mio sogno.
Uno di quei lavori per cui saresti disposto a fare un monte ore straordinario più alto di quello ordinario.
Uno di quei lavori che possono davvero fare la soddisfazione di una donna.

Ma poi ti confronti con la realtà e sai che in certe grandi aziende, nonostante i colloqui e le selezioni accurate, alla fine scelgono sempre qualcuno che conoscono, un candidato “indicato” da qualcuno di fiducia.
E di 170 persone in lizza certo non sarò io quella con le raccomandazioni idonee.

Ho dalla mia solo la mia esperienza. Il mio bagaglio di ottime referenze e la mia immensa voglia di fare.
Ma si sa, in questo paese non basta e mai sarà così.
E dunque ci affidiamo solo alla buona vecchia speranza che per una volta venga applicata la meritocrazia tanto decantata da noi poveri proletari.

Noi che lavoriamo per bisogno e per volontà.
Noi a cui non cade la penna alle diciotto zero zero.
Noi che la mattina siamo disposti a farci due ore di traffico per entrare in un ufficio dove impieghiamo ogni energia.

Noi lavoratori VERI, quelli che possono cambiare le cose senza aspettarsi in cambio neanche un po’ riconoscenza.

E in fondo la vera gratificazione sta nelle persone che ti rimpiangono quando te ne vai, in quelle stesse persone che ti dicono per telefono “Tu porti fortuna alla mia azienda!”
Quelle stesse persone che ti ricordano ogni giorno che vali davvero tanto e che non ti butterai via con progetti che non sono alla tua altezza.

E raccogliamo tutto l’ottimismo che c’è rimasto, scarichiamo le nostre energie in palestra e decidiamo di valere di più, sempre di più, perchè il mondo si muove con ingranaggi fatti di persone vere, persone che lavorano e che danno il massimo ogni giorno.

E io continuerò a dare il massimo in ogni singola cosa, anche se si tratterà solo di pulire il mio mini-monolocale o di coltivare una piantina di basilico.

E continuo ad inviare curricula.

Posted by Nily Comments (4) 16th February 2012

Istinti materni

Io e il mio ciclo non abbiamo mai avuto un buon rapporto.
A dir la verità siamo sempre stati due estranei, l’uno costretto nel corpo dell’altra, che si odiano e si fanno i dispetti.

Io non l’ho mai visto di buon occhio, e l’ho ostacolato mangiando poco e male, costringendo il mio corpo a forti stress che ne ritardavano l’arrivo e pensando che in fondo avrei preferito non dover proprio affrontare una settimana di dolori atroci una volta al mese per tutta la mia maledetta vita.

“La settimana del mese in cui avrei preferito nascere uomo”, la chiamavo.

E lui, ciclo bastardo, mi ha sempre ricambiata con i suoi atroci dolori e con mostruosi ritardi, a volta addirittura con prolungate ferie, fin quando un bel giorno, dopo 3 mesi di ininterrotte perdite, ha deciso di dileguarsi per un paio di mesi, così, senza preavviso, lasciandomi per la prima volta nel totale sconforto di qualsiasi donna in preda ad una crisi ormonale.

La prima volta che mi successe, intorno ai 15 anni, pensai che dopo gli anni passati a soffrire non era poi così male se ogni tanto lui fosse sparito nel nulla, finchè, dopo i primi 5 giorni di ritardo, compresi che le conseguenze della sua assenza erano peggiori di quelle aspettate.

Una carica di ormoni provenienti da qualche nascosta parte femminile del mio corpo mi aveva sconvolto l’umore, e per un paio di mesi diventai la più assurda, lunatica e insopportabile donna sulla faccia della terra. O per lo meno nel raggio di diversi chilometri.

Quando finalmente mi decisi ad affrontare la mia umanità e a trascinare le mie ovaie impazzite da una ginecologa, sapevo benissimo che non potevo esser incinta salvo una seconda discesa in terra dello spirito santo. Cosa che, con la fortuna che mi ritrovo, non era poi così improbabile.

La simpatica ginecologa mi rispose che l’ultima volta che una paziente le aveva pronunciato la parola “impossibile” era già al terzo mese ed aspettava due bei gemelli.

Ovvio che quando me lo disse non potevo sapere che si trattasse dell’unico modo per convincermi a fare un test di gravidanza che le togliesse ogni responsabilità in caso di incidente.

Per me era solo un’idiota che mi stava dando della bugiarda e che dovevo zittire. Dunque rimasi 4 fottute ore chiusa in uno studio di 4 metri quadri, stesa su un letto di ospedale ad attendere il risultato di un test che diede gli ovvi esiti previsti.

Mi è bastata questa traumatica esperienza per sapere che ogni volta che vado da una ginecologa devo arrivare con analisi del sangue appena fatte, test di gravidanza incluso.

Per avere 23 anni ne ho fatti talmente tanti di questi maledetti test da poter aprire una casa farmaceutica tutta mia e da sapere esattamente che ogni volta l’ansia che accompagna l’assenza di ciclo non fa che aumentare il ritardo. Che in fondo non ho mai niente di cui preoccuparmi. E che davvero, io forse incinta non lo sarò mai, nemmeno volendolo.

E per quanto io, dopo 10 anni di ritardi, mi sforzi di accettare e prendere consapevolezza che il mio ciclo supera sempre i 37 giorni, non riesco comunque ad eliminare quello stato d’ansia continuo che appare al 40esimo giorno, quando d’improvviso, nel bel mezzo del sonno, mi sveglio con in testa le parole di quella ginecologa e il suono di due bei cuori gemelli che battono forte nella stanza di un ospedale alla seconda ecografia.

Ricordo che intorno ai 16 anni e, a dir la verità la cosa è durata fino ad almeno un anno fa, ciò che mi faceva riprendere sonno era la mia convinzione che il mio utero non fosse tanto ospitale come quello di altre mie coetanee che da adolescenti avevano avuto la “sfortuna” di ritrovarsi con un pargolo da accudire.

Dentro di me si è creata come la convinzione che niente potesse attecchire nelle mie ovaie, e che avrei passato una felice vecchiaia in compagnia di tanti chihuahua e senza maledetti pargoli da accudire o che, al massimo, avrei potuto adottare qualche bel bambino del vietnam con splendidi occhi a mandorla e due genitori che non avrebbero potuto tenerlo per via della fame e delle conseguenze della guerra.

Poi in una bella giornata invernale, single e felice della mia situazione, avevo deciso di farmi un bel check-up completo, di affrontare il mio terrore del ginecologo e di farmi controllare il mio perfetto, liscio e vuotissimo utero per permettermi di assumere finalmente una pillola anticoncezionale che desse fine al mio calvario di attese che ogni mese distruggeva la mia quotidianità da ormai troppi anni.

Non ero mai riuscita ad affezionarmi ad un ginecologo, li avevo sempre trovati tutti molto freddi e troppo professionali, come macellai alle prese con la mia vagina e le aspettative delusero anche questa volta, facendomi scontrare con un dottore dall’aria sportiva, alto e un po’ troppo bello per quel lavoro, con un sorriso troppo smagliante e con un accento troppo nordico perché mi potessi sentire a mio agio mentre mi chiedeva la data dall’ultimo ciclo, l’età e, soprattutto, se avevo mai avuto aborti.

Spiegare ad un ginecologo che per ben due volte nella tua vita, dopo spiacevoli incidenti, ti è capitato di prendere la pillola del giorno dopo, nella maggior parte dei casi è come condannarti ad un buon quarto d’ora di predicozzi su come esistano la bellezza di ventitrè diversi metodi anticoncezionali e di come la pillola in questione sia qualcosa di fortemente lesivo per ogni donna, figuriamoci per una ragazzina che era ancora nel pieno degli stravolgimenti ormonali.

Ma ‘stavolta non andò così.

Stavolta questo ginecologo decise di stravolgere ogni mia aspettativa e di iniziare a scrivere. Scrisse una quantità di ricette tale che pensai stesse recuperando del lavoro arretrato mentre ero ancora nel suo studio, nuda come un verme, accompagnando il rituale amanuense solo con una serie di grugniti, mormorii e mezze parole. Continuavo a fissarlo e quasi avevo deciso di rivestirmi quando finalmente decise di alzare la testa da quei fogli rosa e sbalordirmi con una domanda che nessuno mi aveva mai fatto:

“Lei non ha mai pensato di fare un controllo della sua fertilità?”

Ero attonita.

In molti mi avevano dato della cinica, fredda ed insensibile, in passato. Di solito erano commenti di amiche, colleghi o ex fidanzati. Ma come si permetteva lui che non mi conosceva da più di dieci minuti di darmi dell’ARIDA così, senza un motivo scatenante?

“No” – risposi seccata – “non vedo perché avrei dovuto, sono giovane e non ci sono problemi di fertilità nella mia famiglia”.
Ero sotto shock per quella domanda, e un fiume di parole sopraggiunse prima ancora che potessi rendermene conto.
“E poi sono così piccola, ho tempo per pensarci, perché dovrei preoccuparmene ora, e perché dovrei avere problemi? C’è gente che partorisce a 45 anni, non credo di voler controllare ORA queste cose, voglio solo evitarle…SONO GIOVANE, IO!”

“Dico solo che lei non è COSI’ giovane, e che prima o poi si troverà a volere un bambino, quindi le consiglio prima di tutto di fare queste analisi e di rivederci tra un paio di mesi per riparlare delle sue opzioni”.

Come accadeva sempre, archiviai questa ennesima negativa esperienza nel contenitore con le altre, nascosi le ricette in un cassetto insieme a quelle impolverate e datate che mi avevano dato i suoi predecessori, e cercai di metter a tacere quella voce che nella mia testa urlava “Controllo della fertilità!

Ma come un orologio arrivò puntualmente un mese dopo l’ennesimo ritardo, accompagnato da quella ricetta d’ansia e turbe psichiche che potevano far impazzire anche un cavallo ben addestrato.


Per anni mio fratello aveva ricoperto il ruolo della pecora nera nella mia famiglia. L’outsider, il ribelle pieno di vita che faceva dieci sport insieme, lavorava e si divertiva in modi alternativi con gli amici, percorrendo chilometri con la macchina alla ricerca di weekend sempre più avventurosi.

Fu’ all’incirca intorno ai 15 anni che comparve in lui un istinto che per natura avrebbe dovuto appartenere a me: il desiderio di avere una famiglia.

Sposarsi giovani, avere tanti bei bambini, una bella casa con un cane e un prato all’inglese con lo steccato in legno tinto bianco.

Un controsenso della natura, nella nostra famiglia fatta al contrario, dove mia mamma mi aveva sempre ripetuto che il matrimonio è una gran baggianata e che per fare degli splendidi figli non c’è bisogno di condannarsi ad accudire anche un marito (perché gli uomini sono indegni, o qualcosa del genere).

Io compensavo i prematuri istinti paterni di mio fratello col mio urlo di indipendenza, demonizzando matrimonio e famiglia e sognando un futuro di chihuahua e carriere sfavillanti.

Quel giorno festeggiavo 49 mattine di assenza di ciclo. Il sarcasmo cinico e noir che accompagnava ognuno dei miei ritardi era al culmine della sua climax e mio fratello continuava a raccontarmi di come si sentiva diverso, ora che era tornato single dopo tanto tempo.

“Ho cambiato idea, sai sorellina? Credo proprio che non mi sposerò mai né, tanto meno, avrò mai dei figli. Preferisco starmene da solo, non dover render conto a nessuno e godermi la vita, non sono proprio tagliato per farmi una famiglia”.

Mia madre faceva finta di non aver sentito ma d’improvviso s’era sintonizzata sulla nostra frequenza, ci guardava con la coda dell’occhio e furtivamente tentava di rubare ogni parola, ogni stato d’animo e, in religioso silenzio, aspettava di vedere dove sarebbe atterrata questa bomba e che effetti avrebbe avuto su di me.

“Toccherà a te dare dei nipotini a mamma” disse lui, spiritoso come la sabbia nel letto, “del resto sei tu la fidanzatina innamorata!”

Ci mancava poco che mia madre tirasse il freno a mano nel pieno flusso del traffico quando mi sentì pronunciare una frase insperata: “mi piacerebbe molto”.

Credo fosse pronta a tutto, fino a quel giorno, persino ad ospitare per un thè gli alieni scesi da qualche pianeta lontano per colonizzare la terra, certo però non si aspettava che io potessi anche solo lontanamente opzionare l’idea di darle dei nipotini sollevando mio fratello dall’ingrato onere.

“Mi piacerebbe molto, davvero – dissi – ma le mie ovaie ormai non lavorano più, hanno preso troppo sul serio il mio rifiuto per la famiglia, e quindi di bambini qui non se ne parla!”

Mio fratello trasalì.

Inutile mentire. In lui albergava l’idea di sollevarsi dal compito di padre dedicandosi ad una vecchiaia di amato zio; uno di quegli zii divertenti che portano i ragazzi in giro con la macchina ad esplorare posti nuovi.

“Sorellina, che vuoi dire? Non scherzare! Tu li avrai eccome dei figli!”.
“Purtroppo no, mio caro zietto mancato, la natura a volte decide per noi e ci manda chiari messaggi. Il mio corpo ormai lo urla da tempo che io, di figli, non ne posso avere. 49 giorni senza che le mie ovaie lavorino sono un chiaro esempio di come io non sia destinata a fare la mamma.”

Per la seconda volta nella mia vita, la prima dopo la visita del ginecologo nordico, mi sentii arida ed inutile. Mio fratello sembrava più atterrito di me alla notizia e mia madre tentava di mantenere l’autocontrollo con profondi esercizi di respirazione, sempre facendo finta di non ascoltare.

Ne seguì una buona oretta di chiacchiere fraterne sul divano di casa. Lui voleva sapere tutto, voleva delle spiegazioni più approfondite di come potessi io esser così sicura di quel che dicevo. Dovevo fare dei controlli, dovevo curarmi, dovevo rimediare, dovevo, dovevo, dovevo..

Devo andare al bagno!” – lo liquidai, esausta e un po’ sconfortata, lasciandolo a riflettere assorto su cosa avrebbe dovuto lui dedurre da questa notizia, come si sarebbe dovuto comportare.

Credo iniziasse già a tornare sui propri passi, a riconsiderare l’idea della famiglia. Forse era già lì, chino sul suo cellulare, a scrivere alla ragazza che voleva risolvere, che improvvisamente gli mancava la sua presenza e la sua sicurezza e che un futuro per loro esisteva eccome, quando un urlo si levò dal bagno “Paolo, Paolo!!!!!!”

Lo sentii spaventato dietro la porta chiedermi che succedeva.

Fratellino mio, che bello, mi è venuto il ciclo!

E quello è stato il giorno in cui ho capito che prima o poi una famiglia la voglio eccome!

Posted by Nily Comments (1) 19th July 2011

Cambiare

Stefania s’è trasferita dalla ridente Puglia a marzo, armi e bagagli, senza un lavoro o una casa, ed è venuta a Roma per costruirsi un’opportunità.
Per una romana d.o.c. come me è parecchio difficile immaginare le sensazioni di qualcuno che ha sempre vissuto in un piccolo paese e che di colpo, a 32 anni, decide di venire ad abitare a Roma.
Ricordo che nella mia ultima vacanza in sardegna conobbi una coppia di simpatici trentini. Abitavano in un paesino di montagna non lontano dal capoluogo e non facevano altro che chiedermi quante celebrità avessi conosciuto nella mia vita, avendo io sempre abitato a Roma.
Pare che il mito della vita mondana possa esser applicato solo a coloro che vivono la città da generazioni, e che questo debba per forza di cose renderci assimilabili a delle newyorkesi che passano le serate dopo il lavoro tra aperitivi e locali alla moda.

Stefania mi è piaciuta fin dal primo giorno che la conobbi.
Era così eccitata all’idea di lasciare il suo paesino con la prospettiva di un lavoro a Roma che ricordo mi fece quasi tenerezza, tutta sola ad affrontare l’inquinamento mentale a cui porta il vivere in città, soprattutto in un quartiere caotico e “cementato” come quello dove ci troviamo.

Quando appena un mese prima io mi trasferii mi sentivo d’improvviso persa.
Nella mia vita avevo vissuto sempre all’Eur, quartiere modello del sud romano, immerso nel verde e pieno di uffici che all’ora di pranzo liberavano come animali tutti quegli omoni in giacca e cravatta, lasciandoli riversare per le strade alberate ed entrare nei negozi. All’eur è tutto molto ordinato, del resto l’aveva concepito Mussolini, ed ogni strada è parallela alla seguente, ogni parco è incastonato come un diamante all’interno di un contesto residenziale davvero unico, dove alle 19.30 improvvisamente gli uffici si svuotano e i giovani si riversano in strada a popolare la notte.
E io avevo preso la folle decisione di trasferirmi al Trullo.
Solo il nome del quartiere bastava a creare forte confusione se non addirittura inquietudine nelle menti dei miei amici.
Dopo la prima settimana dovetti costringermi a indicare la zona come “Portuense”, per evitare commenti del tipo “Come t’è venuto in mente di trasferirti lì, proprio tu!”.
E passare da un polmone verde di Roma ad uno dei quartieri con la peggior urbanizzazione del mondo, immerso fino al collo nel cemento e, dicono, nella criminalità organizzata, be’….non riesco ancora a descrivere il mio senso di soffocamento e smarrimento.

La povera Stefania aveva coraggiosamente considerato l’idea di potersi adattare nella piccola casetta in affitto che aveva trovato.
Una quarantina di metri quadri, forse meno, ed un’unica piccola finestrella che dava su un cortile.
“Il Bunker”, l’abbiamo ribattezzato.
Lavorare in uffici adiacenti e vivere a tre metri l’una dall’altra ci ha forse unite un poco, per quanto possano stringere legami due persone diverse e fortemente riservate come noi.
Mi ha creato parecchia apprensione la sua situazione, “bloccata” in questo mondo così diverso da quello che cercava, una realtà di quartiere di borgata, lontana dai lustri della vita mondana, con un lavoro che non le piace, attorniata come me da persone che vivono di perfidia e malizia, protetta solo dalla corazza di una speranza di miglioramento.

Ieri è stata una sorpresa.
Stefania è venuta da me. Dieci minuti prima ha lasciato il lavoro. Le hanno permesso di rimanere comunque in affitto negli appartamenti dell’azienda.
Mi ha raccontato di quanto si senta sollevata a poter scegliere di uscire da questa realtà così marginale e, a tratti, surreale.
E d’improvviso ho ammirato ancor di più il suo coraggio, la sua natura così indipendente e fiera.
Troverà presto un altro lavoro e, se non ci riuscirà da sola certo potrà contare sul mio aiuto.
“Voglio trovare una casetta più vivibile, sempre in zona, e mi piacerebbe se riuscissimo ad abitarla insieme” - mi ha detto. Qualcosa che abbia un balcone o un giardino e che ci permetta di avere una vita sociale lontana dalla realtà di questo quartiere e di questo lavoro.

Sono così entusiasta della sua offerta che quasi non ci credo.

Ho come l’ansia di iniziare questa nuova avventura e voglio farlo con una persona che ammiro, una ragazza con le palle che ha avuto il coraggio di cambiare vita senza guardarsi indietro e che, ormai ne sono certa, può affrontare con disinvoltura le difficoltà sempre nuove che ci pone questa vita da “indipendenti ragazze moderne”.

Quindi fateci un bell’”in bocca al lupo” perchè ce lo meritiamo ;)

Posted by Nily Comments (3) 14th July 2011

Il saggio

Avrò avuto 7 anni quando, nell’ora di antologia, sbadigliavo in attesa che uno dei miei compagni finisse la lettura ad alta voce di un brano consigliato dalla maestra.
Mi annoiavo sempre quando qualcuno tentava di leggere con intonazioni particolari perchè, per forza di cose, rendeva la lettura lenta e noiosa, ottenendo esattamente l’opposta reazione rispetto a quella prevista.
E così, mentre sfogliavo annoiata le pagine del libro di antologia, mi cadde l’occhio su un brano che nessuno ci aveva consigliato ma che forse è stato per me più rilevante di tanti che l’han seguito nella mia storia scolastica.
Il brano parlava di un uomo, un vecchio saggio che, grazie alle sue vaste conoscenze e ai suoi studi, era anche divenuto molto ricco.
Arrivato all’età della pensione e ritiratosi in una cascina di campagna, passava le sue giornate ad osservare dalla finestra la sua vicina.
Quando uno dei suoi giovani allievi lo andò a trovare e gli chiese come mai passasse così il suo prezioso tempo, il vecchio saggio rispose: “Ho passato la mia intera vita alla ricerca della conoscenza, ma mai sono arrivato a conoscere tutto ciò che volevo e questo mi ha trasformato in una persona infelice. Finchè non ho conosciuto la mia vicina, una vecchia signora che non ha mai studiato, non è mai stata ricca, eppur è felice. Ho capito solo ora che se potessi, scambierei tutta la mia saggezza con la sua felicità, a costo di esser povero ed ignorante!”.


Ho passato l’intera adolescenza a correre verso mete lontanissime con l’unico scopo di dribblare (scusate il termine calcistico) il più possibile quella mediocrità che vedevo negli occhi di chi mi era intorno e che ritenevo fosse sì, un importante componente della ricetta della società, ma che non sentivo appartenermi.
Sono cresciuta con la convinzione di esser diversa dagli altri, di non potermi concedere il lusso del divertimento malsano, di avere l’obbligo verso me stessa di esser sempre dieci passi avanti ai miei coetanei.
Ero sicura, così facendo, che un giorno avrei raggiunto una prestigiosa posizione sociale, un lavoro gratificante e di rilievo e, con esso, soddisfazioni grandi e riservate a pochi.
Il tempo per “cazzeggiare” mi dicevo, l’avrei trovato dopo, più in là, quando tutti gli altri si sarebbero svegliati a 30 anni scoprendo di non aver concluso nulla mentre io sarei stata già soddisfatta della mia vita.
Poi un bel giorno, a 23 anni e due mesi, mi sveglio e mi rendo conto che tutte le mie notti passate in bianco ad analizzare le parti della mia vita che non mi soddisfano, a studiare nuove tattiche per ottenere il meglio dal mio lavoro e dalle mie capacità, sono esattamente il sintomo di ciò che davvero non va, la rappresentazione chiara ed evidente di ciò che dovrei cambiare nella mia vita.
Rendersi conto di esser felici ed appagate nonostante i conti da pagare, nonostante la sveglia alle 6 del mattino e nonostante il poco tempo libero è un forte shock per chi, come me, è abituata a non accontentarsi mai.
Prendere coscienza che gli affetti veri compensano e superano la soddisfazione del prestigio sociale, che una giornata di ferie passata al lago può esser molto più appagante di una vita di ricchezza impiegata interamente a preservare le proprie immense finanze.
A volte, forse, “accontentarsi” non è poi così sbagliato e, ogni tanto, tutti dovremmo fermarci a riflettere e costatare che in fondo la nostra vita è bella così com’è.

Posted by Nily Comments (2) 4th July 2011

Gelosia

A volte la gelosia è davvero un male incurabile.
Quando poi sei una persona che non ne soffre e ti trovi accanto qualcuno che compensa con la sua, gestire ogni singola situazione ambigua diventa un gran rompi capo.
Mi è capitato di esser lasciata da una persona che non era innamorata di me il giorno dopo un suo scatto di gelosia.
Mi è capitato di esser pedinata e controllata, o in alcuni casi di non controllare io stessa abbastanza la mia metà.
Ma tante, troppe volte, mi sono trovata a dover giustificare normali atteggiamenti quotidiani, sguardi ritenuti troppo languidi e toni di voce considerati ammiccanti, al punto da iniziare a chiedermi se davvero non fossi senza volerlo io stessa la causa di tutti quei sospetti.
Ho imparato che rassicurare, auto-limitarsi e dare ogni sorta di spiegazione non fa altro che provocare una più maniacale attenzione ad ogni dettaglio. Considerare sopportabili certi scatti d’ira li rende d’improvviso legittimi e avallare atteggiamenti di controllo eccessivo può rendere la vita di coppia una gabbia da cui si vuol fuggire.
Ma sopra a tutto ho imparato che “gelosia” non vuol quasi mai dire “amore” e che, anzi, proprio coloro che maggiormente manifestavano malessere sotto questo aspetto, son stati poi quelli che più in fretta han spiccato il volo via dalla finestra….

Posted by Nily Comments (1) 14th June 2011

6 mesi…o poco meno

Quando affronti un periodo pieno di difficoltà sai che devi mettercela tutta, che devi lottare con le unghie e che, alla fine, grazie solo alle tue forze, tutto si sistemerà e tornerai a sorridere di nuovo.


Era ormai la fine di gennaio quando mi son resa conto che se avessi aspettato ancora l’uomo perfetto per conquistare la mia definitiva indipendenza avrei potuto fare le radici dentro la casa materna.
Così mi sono iscritta a decine di siti di annunci alla ricerca di una stanza in affitto per poter trasferire me e Sweety nella zona del mio ufficio.
Il budget limitato e la presenza di un cane, per quanto piccolo, mi han creato molta difficoltà, ma dopo nemmeno 4 giorni dall’inizio della ricerca, mi sono sistemata in un’ampia e silenziosa stanza a 3 minuti dall’ufficio.
Una nuova avventura è iniziata, a febbraio, con le prime lavatrici, i primi tour de force per supermercati. Ho superato la mia paura dei fornelli, non senza qualche incidente casalingo (ebbene si, ho quasi dato fuoco alla cucina un paio di volte) e ho addirittura convissuto con l’assenza dell’adsl, affidando i miei pochi contatti con gli amici al buon vecchio cellulare e a qualche sporadica connessione con chiavetta internet.
Scoprire la calma di una pausa pranzo passata a stendere i panni, a passeggiare col cane o a leggere un libro.
Conoscere l’uso dei pomodori pelati, scoprire come il pane si possa acquistare solo quando a mangiare in casa si è almeno in due (altrimenti ne butti sempre almeno la metà) e dunque arrendersi al pane in cassetta.
E poi divertirsi da matti a spendere i pochi spiccioli che hai in oggetti d’arredamento, anche al mercato dell’usato.
Eliminare le uscite tra amici convertendole in cene a casa tua.
Ma sopra a tutto scoprire, con gran stupore, di riuscire a cavarsela da sole e di non dover render conto a nessuno.
Certo, sono tanti i compromessi.
Tolto l’inevitabile fattore economico (ebbene si, vivere da sole costa caro), rimaneva da affrontare la convivenza con un padrone di casa che nessuno avrebbe sopportato.
Non fosse stato per il mio odio per la puzza di cannabis che appestava tutta la zona giorno, o per il suo tremendo vizio di violare tutti i normali orari del sonno con partite di calcio in tv e a seguire giocate a poker tutte le domeniche sere fino a tardi con gli amici. Non fosse tanto per quegli schifosi peli che lasciava sparsi per il bagno, o per il suo infischiarsene degli spazi e relativa pulizia comune.
Avevo del resto capito fin dal primo giorno che se non volevo pulirmi il sedere con le mani, avrei dovuto acquistare la carta igienica, lo scottex ed ogni altra piccola cosa di casa da sola.
E quindi giù a comprare olio, sale e cibarie che sistematicamente finivano senza che le avessi usate.
Pulire il frigo a fondo e trovare il giorno dopo il suo succo di frutta chiuso male che cola lasciando un lago arancione.
E il lunedì a pranzo mi toccava il carico di piatti da lavare lasciati da lui e il suo folto gruppo di amici durante il weekend.
Del resto lui è il padrone di casa, mi ha affittato una stanza, dunque non avrei potuto certo pretendere che il tavolo da pranzo non fosse sempre ricoperto di cannabis e che il divano non puzzasse dei suoi calzini lasciati ovunque come fosse un campo rom.
Quando poi ho capito che avrebbe volentieri lasciato i panni per terra nel corridoio fino alla sua pensione, ho iniziato a lavargli anche quelli, pur di non subire un attacco dai ratti delle fogne che già si leccavano i baffi.
Del resto, come solo pochi stretti amici sanno, la Nily è sempre stata donna di molta pazienza, anche e soprattutto nei casi di più difficile risoluzione.
A tutto, ovviamente, c’è un limite.
Una bella mattina mi si rompe la frizione della macchina. Bel guaio, vorrà dire che andrò a lavoro a piedi per un po’.
Ma come le leggi di Murphy ci hanno insegnato, il mio coinquilino si sveglia da un profondo sonno fatto di droghe e rock’n'roll e mi dice che devo andarmene di casa, ho quindici giorni.
Per quanto il mio ottimismo possa esser sempre alto, trovare una soluzione in quindici giorni risulta alquanto impossibile. Tornarmene nella casa materna quasi un’ammissione di sconfitta.
Credo di aver telefonato a chiunque affittasse una camera nel raggio di dieci chilometri dall’ufficio, scoprendo che chiedevano somme da mutuo o che il mio cane non era gradito.
Poi un piccolo aiuto di qua, uno di là, ed ecco che mi offrono la possibilità di un mini-monolocale, temporaneamente a prezzo stracciato, dove io e il mio Sweety possiamo con più tranquillità cercare di superare un periodo difficile.


La scorsa settimana, ancora in preda alle mie ansie da risoluzione di problemi, mi arriva una notizia sconvolgente.
Veronica, 22 anni, mamma di un bellissimo bimbo di 4 e mezzo, ci ha lasciata.
Arresto cardiaco, hanno detto.

Poco ci è mancato che ne venisse uno pure a me quando ho ricevuto la telefonata.
Improvvisamente è stato come se tutti i miei problemi si fossero annullati.
Ho preso coscienza di come la vita possa regalarti momenti splendidi che sbagliando sottovaluti. Che una famiglia possa darti appoggio, a modo suo, lasciandoti vivere a pieno la tua indipendenza senza essere invadente. Che un fidanzato che si fa in quattro per te vale molto più di uno che ti porta le rose e ti canta canzoni d’amore. E che quando non hai soldi per uscire a cena con le amiche, una tavolata nel tuo mini-monolocale può esser persino più divertente se la compagnia è quella di chi ti è sempre stata accanto!
Insomma, improvvisamente mi sono ricordata di tante piccole cose che hanno reso fin’ora la mia vita splendida, che l’hanno arricchita di un valore inestimabile, e che certo non potranno mai cedere il passo a quei pochi momenti bui da cui sempre sono uscita vittoriosa!

Un caro saluto a L. che mi ha scritto un’e-mail bellissima, a cui non avrei saputo come rispondere fino ad oggi. Grazie di cuore!!!!

Posted by Nily Comments (4) 13th June 2011

Il triangolo perfetto

Curiosavo nel cantiere dei lavori in corso al parco del mio quartiere quando ho conosciuto un capo operaio molto simpatico.
Era un omone sui 45 che riusciva ad esser distinto ed elegante persino in t-shirt e cappello antinfortunistico.
Fu mentre discorrevamo della realizzazione dei progetti urbanistici in attuazione nel quartiere che questo uomo molto saggio mi disse una frase che non dimenticherò mai:
“L’attuazione di un lavoro edile è come un triangolo perchè può avere 3 qualità diverse: può essere un lavoro di qualità, un lavoro economico o un lavoro veloce. Ma ricorda, mia cara, una di queste qualità deve sempre cedere il passo alle altre due perchè insieme non possono attuarsi.
Un lavoro veloce ed economico non sarà mai di qualità. Se vuoi un lavoro economico e di qualità preparati a prolungare l’attesa e…se vuoi un lavoro veloce e di qualità reparati a spendere tanti soldi!

Bravo, Bello e Intelligente

Quando inizi a conoscere davvero molti uomini, un po’ per lavoro, un po’ per gli ambienti che frequenti, ti rendi conto che in effetti anche l’essere maschile può esser paragonato a quel triangolo.
La banalità delle mie riflessioni mi aveva convinta che non esistesse a questo mondo un solo uomo bello che fosse anche intelligente, finchè non ho scoperto che in realtà ve n’erano molti, ma che inevitabilmente prendevano coscienza della loro completezza ed andavano ad ingrossare le fila degli stronzi.
E che dire di un bravo ragazzo che sia anche molto carino? Sicuramente non sa mettere un complemento dopo un verbo, ma possiamo ovviare non ascoltandolo parlare.
Quando poi cresciamo apprezziamo forse meglio quel tipo un po’ trasandato, goffo e trascurato che però è un perfetto bravo ragazzo che nasconde un’intelligenza mostruosa…ma magari mai mostruosa quanto il suo aspetto di barbone!

Insomma, parliamoci chiaro, la perfezione non è una qualità che appartiene all’Uomo, ma a volte sarebbe un sogno riuscire a trovare il triangolo completo!!

Posted by Nily Comments (2) 19th February 2011

Me, Myself and I…

Non è che io cinica ci sia nata, è solo che il frutto delle delusioni che col tempo si accumulano è certamente un amaro boccone da digerire per chiunque, figuriamoci per coloro che per la prima volta nella loro vita abbandonano armi, tattiche e razionalità, si fanno investire totalmente dall’amore e poi vedono il proprio cuore ridotto a brandelli senza una spiegazione, senza un motivo e senza possibilità di appello.
Insomma, cosa volete che arrivi a pensare una persona con un minimo di celluline grigie quando pur avendo trovato una persona che la completa e che la rende felice viene gettata via come spazzatura, costretta a soffrire dolorosamente e in silenzio?
Be’, ve lo dico io, inizia a pensare che amare non è proprio la gran cosa che le hanno raccontato e che, per quanto sia poco romantico, la felicità possiamo costruircela unicamente da soli e gli altri possono regalarci solo delusioni e sofferenze.

E quando per tutta una vita sogni di crescere e di intraprendere importanti progetti con il principe azzurro, succede che probabilmente ti ritrovi ad aver puntato troppo sul cavallo sbagliato e a ritrovarti senza nemmeno i soldi che ti servivano per comprare il latte e che hai “investito” nella puntata sicura di raddoppiarli.
Ma poi arriva un momento in cui ti svegli, in cui capisci che quei progetti che aspetti a realizzare con la persona giusta, potrebbero rimanere solo sogni, e realizzi che perdere ancora tempo è da idioti, che le cose non cambiano da sole se non sei tu a cambiarle.
Prendi in mano la tua vita, ti butti ad occhi chiusi e speri, per una volta, che un minimo di fortuna ti sorrida.
E vai avanti, fiera e felice perchè sai che se realizzerai il tuo progetto, dovrai ringraziare solo te stessa.

Posted by Nily Comments (8) 6th February 2011